I pirati del Mar Mediterraneo

Photo credits @Liveuamap-BBC

Le navi fantasma delle armi alla Libia

di Laura Sestini

In questi giorni di lunghe ore davanti agli schermi dei nostri smartphone e computer, ci siamo imbattuti in un articolo – di un sito a noi finora sconosciuto – che rilanciava il problema del traffico illegale di armi nel Mar Mediterraneo, attribuito alla Turchia verso la Libia. Certo ci sarebbe da verificarne le fonti, meccanismo difficile sempre e, soprattutto, riguardo ai traffici illegali di qualsivoglia materiale.

Stuzzicati però dall’interesse sulla questione, travestiti da 007 al femminile – ma si addirebbe più facilmente La signora in giallo – abbiamo intrapreso una ricerca sul traffico marittimo mediterraneo, unita a quella sui legami geopolitici tra alcuni Stati mediterranei e quelli mediorientali, sulla base di molti articoli collegati a un unico fil rouge.

Per iniziare, è obbligatorio un veloce preambolo per ricordare che la Libia, dopo la morte del presidente Muhammar Gheddafi, il 20 ottobre 2011, a seguito della Rivoluzione libica – una efferata guerra civile che ha messo a soqquadro il Paese, dove si sono susseguite anche incursioni aeree degli alleati Nato pronte a intervenire per proteggere i propri interessi – non ha più trovato un’effettiva pacificazione tra i numerosi gruppi politici interni.

L’odierno GNA – Governo (provvisorio) di Accordo Nazionale – è il solo organismo rappresentativo attualmente riconosciuto dalla comunità internazionale, a seguito di un’iniziativa del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, siglata a dicembre 2015, con il consenso dei due governi libici nati da una scissione politica dopo le regolari elezioni del 2014, e dopo numerosi tentativi interni di accordi, alleanze e continue ri-divisioni di gruppi politici di singole città libiche, e incursioni belliche di conquista di gruppi islamisti appartenenti all’Isis e Al-Qaeda, arrivati dal Medioriente e dalla fascia subsahariana.

Ancor prima che si istituisse il GNA, le forze politiche libiche erano contrapposte in due governi rivali, quello di Tobruk, nato da membri della Camera dei Rappresentanti regolarmente eletta dal popolo libico con le elezioni del 2014, guidato dal generale Khalifa Haftar – che in seguito all’accordo firmato in Marocco ha disconosciuto il GNA – e il governo rimasto a Tripoli, guidato dal Congresso Generale Nazionale coalizzato con gruppi politici islamisti di Alba libica, e in seguito riconosciuto come legittimo dall’Onu – alla cui guida vi è Fayez Al-Sarraj.

Fin dalla scomparsa di Gheddafi, che ha lasciato la Libia in preda a una sanguinosa guerra civile tra i clan tribali interni e i jihadisti arrivati da altri Paesi, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha siglato differenti risoluzioni per arginarne la violenza, ratificando – senza interruzione – l’embargo sulle armi e chiedendo in continui appelli il cessate il fuoco. Lo scontro armato tra le milizie di Al-Sarraj e di Haftar è tuttora in atto, nonostante il periodo del Ramadan – il digiuno dei credenti musulmani.

Intanto, negli ultimi mesi, dall’altra parte del canale di Suez, in Siria – e precisamente da ottobre 2019 – con la morte del leader del Califfato islamico Abu Bakr al-Baghdadi – la guerra civile iniziata nel 2011 contro il governo di Bashar al-Assad, dentro alla quale si sono contrapposti molti gruppi di combattenti interni ed esterni al Paese, sembra essersi lasciata alle spalle le battaglie peggiori.

La Turchia è tuttora una delle parti militari in campo in Siria del Nord, insieme alla Russia. Paese, la Turchia, ‘invasore’ di territori siriani lungo una fascia profonda 30 km presso i suoi confini, approvata da Stati Uniti e Russia, e presente con migliaia di miliziani mercenari alle spese delle proprie casse statali.

Il 2 gennaio 2020 il governo turco vota a maggioranza l’invio di miliziani in Libia a sostegno del GNA di Al-Sarraj e la congiunta coalizione islamista appartenente al movimento dei Fratelli Musulmani – missione giustificata a tutela dei propri interessi in terra libica e nel Mediterraneo orientale.

Due settimane dopo alcune centinaia di miliziani pro turchi vengono traghettati dal Nord della Siria insieme ad armi e droni, sebbene già da almeno sei mesi il governo del generale Haftar denunciasse l’arrivo in Libia di esperti di tattiche militari, istruttori, blindati e armi pesanti dalla Turchia, azioni confermate dallo stesso Presidente turco Erdogan e riportate da numerose testate giornalistiche internazionali, tanto ché pochi giorni dopo il voto di approvazione della missione turca, il parlamento della Libia orientale dell’LNA – Esercito nazionale libico di Haftar – interrompe i legami diplomatici con il Paese anatolico.

Infatti la Turchia, già a maggio 2019, ammette ufficialmente di aver violato l’embargo, che essa stessa ha ripetutamente sottoscritto nelle risoluzioni Onu, nel silenzio generale dell’Europa – l’organismo politico e geografico che più ha da perdere dagli effetti della guerra libica, non solo dal punto di vista delle migrazioni, piuttosto per le possibili infiltrazioni jihadiste provenienti dal Paese sahariano, che – rammentiamo – non viaggiano sui barconi.

Campo profughi UNHCR ‘Choucha’ in Tunisia/Ras Jedir nel 2011
Foto di Laura Sestini – @riproduzione vietata

Il 10 giugno 2019 l’Onu rinnova per 12 mesi la Risoluzione 2473 e seguenti del 2011, sull’embargo per le armi alla Libia, la regolamentazione sul petrolio e altri snodi cruciali riguardanti la guerra in atto.

In Libia opera anche la Russia, a sostegno di Haftar, da oltre quattro anni, dove è presente con armi pesanti e migliaia di mercenari del Gruppo Wagner che, alla guida russa, hanno operato anche in Siria. È incomprensibile, per menti ingenue, prendere atto di come i due Paesi – Russia e Turchia – operino spesso negli stessi conflitti, in fazioni contrapposte eppure persistano in amicizie durature.

Suggeriamo che le guerre, specialmente nei Paesi ricchi di risorse naturali quali la Libia, o anche la Siria, non solo sono appetibili da quel punto di vista, ma possono risultare luoghi dove a causa dei vuoti di potere si può affermare un certo peso politico. Inoltre, le guerre creano grandi movimenti economici, non solo in chiaro, ma anche per traffici sommersi di ogni tipo, armi comprese.

Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e talvolta il supporto di Francia e Stati Uniti. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo di Tripoli – il GNA riconosciuto a livello internazionale.

A proposito dell’organizzazione politica dei Fratelli Musulmani, alla quale sono legati i gruppi islamisti coalizzati con il governo di Tripoli, questa è considerata un’organizzazione terroristica da numerosi Paesi, compresi tutti quelli in appoggio al generale Haftar. Sull’altro fronte, i Fratelli Musulmani sono al contrario finanziati più o meno esplicitamente da Turchia e Qatar – giustappunto i due principali Paesi che sostengono il GNA di al-Sarraj.

 E arriviamo al 19 gennaio 2020, quando si riunisce la Conferenza di Berlino sulla Libia, “Convocata su invito della Cancelliera Merkel, che ha riunito i governi di Algeria, Cina, Egitto, Francia, Germania, Italia, Russia, Turchia, Repubblica del Congo, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e Stati Uniti d’America, insieme agli Alti Rappresentanti delle Nazioni Unite, l’Unione Africana, l’Unione Europea e la Lega degli Stati Arabi”, durante la quale la decisione unanime dei Paesi partecipanti porta a 55 punti chiave per contenere il conflitto tra il GNA e l’opposizione militare del generale Haftar. Di rilievo risulta il presupposto operativo: “Il conflitto in Libia, l’instabilità nel Paese, le interferenze esterne, le divisioni istituzionali, la proliferazione di una grande quantità di armi non controllate e un’economia predatoria continuano a costituire una minaccia per la pace e la sicurezza internazionali, fornendo terreno fertile per trafficanti, gruppi armati e organizzazioni terroristiche. Ciò ha permesso ad Al Qaeda e all’Isis di prosperare in territorio libico e avviare operazioni in Libia e nei Paesi limitrofi. Inoltre, ha facilitato un’ondata destabilizzante di immigrazione illegale nella regione e un importante deterioramento della situazione umanitaria. Ci impegniamo a sostenere i libici nell’affrontare tali questioni di governance strutturale e di sicurezza”.

A quanto scritto sopra, fa seguito la richiesta di una riduzione della violenza, per la quale erano già stati avviati dei negoziati a Mosca a gennaio 2020 e importanti accordi sull’embargo alle armi.

Il 3 febbraio 2020, un articolo de Il Foglio rilancia una notizia dell’agenzia France Press, basata su fonti militari della marina francese nel Mar Mediterraneo, che cita la presenza nel porto di Genova, di un cargo battente bandiera libanese di nome Bana, attraccato il 13 gennaio, e denunciato dal  Presidente francese Macron per essere sospetto di trasporto illegale di armi tra la Turchia e la Libia, in quanto scortata in mare aperto da due navi militari turche.

L’11 febbraio, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu adotta la nuova Risoluzione 2510 che estende fino al 30 aprile 2021 l’embargo sulle armi in Libia, oltre alle misure relative a petrolio, divieti di trasferimento di merci e persone e congelamento dei beni, in cui si invitano le parti coinvolte nella crisi a rispettare i 55 punti dell’intesa stabilita nella Conferenza di Berlino riunitasi a gennaio. La risoluzione impone anche agli esperti delle Nazioni Unite di monitorare l’applicazione delle sanzioni e di presentare relazioni su ogni attività relativa alle operazioni di import ed export illegali, soprattutto di petrolio, greggio e prodotti petroliferi raffinati. La Russia si astiene dal voto.

Il 19 febbraio l’Ansa fa un lancio di agenzia per la succitata nave Bana, sequestrata dalle autorità portuali di Genova il 3 febbraio, e riporta l’arresto del comandante libanese Jouseff Tartoussi accusato di traffico internazionale di armi, e la testimonianza rilasciata da un ufficiale di bordo. È curioso scoprire che qualche anno prima lo stesso cargo Bana appartenesse con un altro nome a un differente proprietario libanese, spesso in viaggio verso il porto di Misurata in Libia, sequestrato con l’accusa di narcotraffico internazionale e riciclaggio di denaro sporco, dissequestrato poi nel 2017. 

All’inizio di marzo Ghassam Salamè, inviato Onu e da tre anni capo della missione Unsmil in Libia, si dimette annunciandolo su Twitter, con una motivazione legata alla salute, ma che appare poco convincente.

Infine, il 26 marzo, compare un’indagine sul cargo Bana realizzata da BBC Africa Eye: un interessante video sulle registrazioni satellitari dei passaggi marittimi del natante, in viaggio il 24 gennaio da Istanbul verso la Libia e scomparso alla sorveglianza dei radar dopo quattro giorni di navigazione.

Il 31 marzo il Consiglio d’Europa approva la nuova missione militare nel Mediterraneo, la Eunavfor Med Irini (Irini in greco significa “pace”, vocabolo super-inflazionato nelle missioni militari non solo europee), che va a sostituire il mandato di Eunavfor MedSophia, allora dedicato al traffico illegale dei migranti, con il compito di contribuire all’attuazione dell’embargo sulle armi imposto dall’Onu nei confronti della Libia, attraverso mezzi aerei, satellitari e marittimi. Al momento, in navigazione nel Mediterraneo risultano una nave della Marina italiana e una nave militare greca, ma tuttora non risulta alcun Paese a capo della missione.

Nel frattempo il mondo, nessuna nazione esclusa, si occupa a tempo pieno, e da oltre due mesi, della pandemia da Covid-19, mentre la guerra civile libica, così come quelle in Yemen e in Siria, continuano inesorabili.

Nel bel mezzo del lockdown, il 25 aprile, in Tunisia viene annunciata, in un comunicato del Ministero dei Trasporti, una nuova rotta marittima che unirà il porto di Sfax, al sud del Paese maghrebino, con quello di Tripoli, per facilitare le esportazioni tunisine verso la Libia. “In un Paese dove non si inaugura mai nulla, oltretutto durante il periodo della pandemia che porta a dedicarsi ovviamente ad altro, oltre al Ramadan, non si capisce a cosa possa servire una rotta marittima verso la Libia. Ciò può destare dei sospetti” (racconta al telefono la nostra fonte).

Una via centrale di Sfax in Tunisia – foto di Laura Sestini @riproduzione vietata

Il 26 aprile, a Tripoli, arriva un cargo partito dal Sfax con 130 container che, nel porto libico, si segnala per essere sorvegliato dai turchi, fatto che parrebbe attendibile, considerato che i mercenari al soldo della Turchia sono in Libia proprio a sostegno del Governo di Al-Sarraj.

La notizia è riportata in un articolo online, nel silenzio del resto dei media tunisini, che cita la denuncia dell’avvocatessa Wafa Chedly, una ex esponente politica vicina all’ex dittatore Ben Alì, che designa il carico come materiale militare e medico di origine turca, informazione soffiata da fonti vicine al generale Haftar.

Tornando all’inizio della nostra ricerca e il succitato articolo che ha innescato l’indagine su un possibile traffico di armi turco in Libia attraverso la Tunisia, in realtà, tra il 15 e il 25 aprile, più di un magazine tunisino di informazione online denunciava la preoccupazione dei legami di Rached Ghannouchi, il leader del partito di destra islamista tunisino Ennahdha, al potere dal 2011 – a seguito della primavera araba, la cacciata di Ben Alì e le prime elezioni politiche libere dopo 23 anni di dittatura – con Erdogan e i miliziani jihadisti operativi in Libia.

In proposito è necessario ricordare anche che i foreign fighter tunisini diretti, prima, in Libia per contribuire alla caduta di Gheddafi e, poi, finiti a combattere in Siria, sono risultati tra i più numerosi tra le nazionalità presenti. Secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani, questi risulterebbero, prima in Siria e adesso di ritorno in Libia, tra le 6 e le 7.000 unità – ma molti sarebbero rientrati clandestinamente in Tunisia dalla frontiera di Ras Jedir, per tornare a una vita meno rischiosa.

La frontiera libico-tunisina di Ras Jedir durante la Rivoluzione libica del 2011
Foto di Laura Sestini @riproduzione vietata

Anche il portale d’informazione Tunisie Numerique scrive, il 29 aprile, di Ennahdha e Rachid Ghannuchi, titolando il pezzo: “Tunisie – Ennahdha lance son assaut final pour s’emparer du pays (tradotto: Tunisia – Ennahdha lancia il suo assalto finale per impadronirsi del Paese). Mentre altri menzionano gli aeroporti tunisini di Tozeur, Burma e soprattutto Remada, distante solo 50 chilometri dal confine libico, come punti di atterraggio di merci militari destinate ad Al- Sarraj, in arrivo dal Qatar e dalla Turchia.

Si rischia la scomunica pensando che ‘le vie del Signore’ sono infinite per il traffico illegale di armi? Anche in trasgressione alle Risoluzioni Onu e con il potenziale coinvolgimento di un Paese, la Tunisia, che finora si era dichiarata estranea alla guerra libica?

Vorremmo però sospendere il giudizio sui reali fini e i movimenti del Governo tunisino dalle nostre supposizioni – non avendo comunque prove certe – e suggerire, in alternativa, l’interesse verso queste manovre attribuibile al solo movimento dei Fratelli Musulmani, in aiuto alle frange islamiste libiche – congettura che ha senz’altro una maggiore logicità.

La Turchia ci ha già abituati alla firma di accordi, durante gli incontri con l’Occidente, ai quali non dà nemmeno tempo all’inchiostro di fissarsi sui documenti, prima di agire come torna più comodo ai suoi interessi nazionali, incoraggiata dal silenzio-assenso di quei Paesi che, con Erdogan, siglano i medesimi negoziati.

La domanda da cui siamo partiti e con la quale concludiamo è: la nuova rotta Sfax-Tripoli potrebbe essere un mezzo efficace di elusione delle navi militari a sorveglianza del Mediterraneo, in seguito alla nuova missione EU Eunavfor Med Irini, per traffici illegali di materiale utile al conflitto libico?



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