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Hanoi, case al bivio – Foto di Luciano Uggè

Femminicidi e violenze, incidenti domestici, salute mentale

di Simona Maria Frigerio

Mentre la retorica buonista che ha accompagnato queste ultime 11 settimane, e l’hashtag/diktat #Iorestoacasa, inizia a cedere il passo a nuovi slogan tra la pubblicità dozzinale e l’eterna campagna politica (#AltoAdigesiriparte, #Atestaalta, il coppoliano #CiaoItalia, e lo sciorinamento di grandi marche che ci avrebbero accompagnati nella vita e che ci saranno a fianco domani…); e mentre abbiamo capito perfettamente che no, non #Andràtuttobene (slogan della prima ora, dimostratosi poco lungimirante se non del tutto fallace); cominciano a rivelarsi tutte le crepe che, da sempre, intaccano le sicure pareti domestiche.

Tre sono le problematiche che, come prevedibile, si riconfermano realtà dei fatti a fronte della retorica di governo – femminicidi e violenze, incidenti domestici, salute mentale.

Partiamo dalla prima. Dall’8 marzo alla fine di aprile sono state uccise nove donne tra i 27 e i 97 anni, da compagni, ex, stalker e figli, come sempre da nord a sud (anzi, con prevalenza nel settentrione), e con armi diverse (fucili, mani nude, pistola, armi da taglio). Sebbene la casistica consueta sia una donna ogni tre giorni, tenendo conto che gli uomini, in questo periodo, sapevano di non poter tentare la fuga, né un occultamento dei corpi e che era possibile la compresenza di testimoni, il bollettino delle vittime si rivela, ancora una volta, la punta dell’iceberg di un sistema di violenza di genere che si perpetua e interessa non solamente il nostro Paese. Il prodotto di un universo maschilista, diseducato all’affettività, incapace di confrontarsi con il rifiuto e l’abbandono (ossia, con quello scacco o persino con il lutto della perdita, che ogni essere umano deve imparare ad accettare fin dall’infanzia). Per le cifre relative alle violenze domestiche, dovremo probabilmente attendere la ripresa delle attività economiche e di quelle ludico-ricreative (termine molto in voga di questi tempi), che permetteranno alle donne di uscire di casa e rivolgersi ai centri anti-violenza o, restando a casa da sole, di fare quella telefonata che può salvare loro la vita – visto che, secondo i dati Istat, “il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subito nel corso della propri vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale”. Ma non solo, dato che “gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi dal partner, nel 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici” – così la finiamo anche con la retorica dello straniero che verrebbe in Italia per stuprare le “nostre donne”.

La casa è anche il luogo par excellence degli incidenti domestici. Non a caso, l’Inail – in concomitanza con la quarantena (durata ben oltre i 14 ma persino i 40 giorni canonici) – ha divulgato una serie di raccomandazioni per “proteggersi da insidie e pericoli nello svolgimento di lavori ordinari e straordinari” – sulla base dell’opuscolo realizzato per la campagna informativa a favore dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni domestici. Tra i pericoli in agguato tra le sicure pareti domestiche: cadute, fiamme libere e incendi, ustioni, elettrocuzione, esplosioni e avvelenamenti provocati da fughe di gas metano e ossido di carbonio, avvelenamento e irritazioni – più o meno gravi – causate da detergenti o mix inappropriati degli stessi, ferite da taglio o punta, urti e schiacciamenti. Le cifre, anche in questo caso, sono impietose. Ogni anno – secondo l’Istat – si verificano 3 milioni di incidenti solamente in Italia. Il 70,4% ha per vittima, ovviamente (in quanto più spesso casalinga), una donna. Il 36% degli infortuni riguarda persone dai 65 anni in su e il 4,5% bambini con meno di 5 anni. E dato che la chiusura delle scuole serviva (e serve) per garantire la salute dei minori, è obbligo ricordare – come testimonia Mauro Rossato, Presidente dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro Vega – che l’incidente domestico rappresenta la seconda causa di morte in età pediatrica.

Chiudiamo con l’allarme lanciato dalla Società italiana di psichiatria: “300 mila persone in più faranno richiesta di cura ai servizi di salute mentale. Un aumento di un terzo di pazienti che rischia di travolgere la rete di assistenza nazionale”. A causare un tale aumento sono fattori diversi, dall’ansia per la perdita del lavoro alla difficoltà di gestione del lutto, dallo stress per la convivenza forzata e le lunghe giornate di clausura alla depressione dovuta a motivi economici o alla limitazione di spazi e tempi di vita, socialità, affettività; oltre ai disturbi del sonno provocati da vita sedentaria, perdita dei ritmi quotidiani ed eccessi alimentari o di sostanze alcoliche. Il medesimo messaggio è stato diffuso dal Direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus e dall’Oms stesso: “Qualsiasi successo nell’affrontare ansia e angoscia delle persone renderà più facile per loro avere volontà e capacità di seguire le linee guida delle autorità sanitarie” (per il contenimento del Covid-19). Fermo restando che seguire le linee guida, acriticamente, non sarebbe indizio di salute mentale, prospettare come futuro per la salvaguardia della salute (fisica) collettiva un mondo dove le relazioni, la socialità e la vita pubblica sono azzerate – o comunque fortemente e continuamente ridotte – non pare tener conto proprio delle premesse dello stesso documento dell’Oms, ossia: “no health, without mental health”. Dati alla mano, è prioritario evitare futuri lockdown e se la medicina mostrerà i suoi limiti (come accade per l’Hiv/Aids o la dengue), occorrerà forse imparare tutti a convivere con detti limiti e ricominciare, più umanamente, a considerare come non evitabile la morte, riaprendole la porta della nostra socialità e dei nostri riti laici, facendola tornare a buon diritto convitata alla tavola della vita.



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