Haiti. Favola e inferno

Haiti, foto di David Mark da Pixabay

Il coronavirus è l’ultimo problema dei Paesi ai confini dell’Impero

di Simona Maria Frigerio

C’era una volta un’isola delle Antille… vicina a La Tortuga – l’antro dei pirati. Scovata (e non scoperta, dato che era già abitata!) da Colombo nel suo peregrinare in cerca dell’Asia – che il navigatore ‘senza bussola’ genovese chiamò Hispana, descrivendola poi alla Corte di Madrid come: “una meraviglia”.

Qualche decennio dopo, Hispaniola (com’era stato, nel frattempo, tradotto il suo nome dallo storico Pietro Martire d’Anghiera e come si diffuse in Europa) era diventata meta delle scorrerie dei bucanieri francesi che, spossati dalle avventure (o forse dalla concorrenza delle navi pirata spagnole al soldo dei britannici), nella prima metà del XVII secolo, decisero di tirare i remi in barca e stabilirsi sulla terraferma fondando la colonia di Saint Domingue – che i locali chiamavano Haiti – per avviarvi piantagioni di canna da zucchero, caffè e cacao. Ma si sa che i pirati, oltre all’uncino e alla gamba di legno, hanno un altro particolare in comune che li avvicina ai conquistadores, ossia molta voglia di arricchirsi velocemente e pochissima di faticare. Non restava, quindi, che trasformare, con la bacchetta del Prospero shakespeariano, tutti i Calibano (ossia i nativi succitati) in schiavi.

Per quasi un secolo Hispaniola fu la colonia più redditizia della monarchia francese (nel 1697 il Trattato di Ryswick ne stabilì la cessione dalla Spagna ai Borbone), proprio grazie a quelle piantagioni che fornivano alla madrepatria zucchero, cotone, tabacco, indaco – e ovviamente schiavi; almeno finché il vento della Rivoluzione Francese non cominciò a spirare anche nelle Indie Occidentali.

Falciando l’afflato di un popolo con la scure dello storico da sussidiario, diremo che nonostante i Commissari – inviati dalla Comune di Parigi, nel 1791 – rassicurassero i proprietari bianchi delle piantagioni, che sedevano nell’Assemblea haitiana, che la Dichiarazione dei Diritti francese (ossia il famoso liberté, égalité, fraternité) non si sarebbe mai applicato agli schiavi, per di più neri; come in ogni favola che si rispetti, dopo angherie e soprusi, cattività e violenze, nella Cenerentola delle Antille si fece avanti un uomo che si trasformò in eroe popolare. Il suo nome era François-Dominique Toussaint Louverture e fu il primo nero che guidò la rivoluzione del proprio popolo (ottenendone l’affrancamento dalla schiavitù), e fu altresì a capo del primo esperimento costituzionale di una Repubblica governata da persone di colore.

A questo punto il nano corso – leggasi quel campione delle libertà borghesi (salvo poi rimangiarsele autoincoronandosi) che fu Napoleone – decise che la rivoluzione doveva essere bianca e francese. The most unhappy man of men (come lo definì il poeta britannico William Wordsworth nel sonetto To Toussaint L’Ouverture), tragica figura di anti-eroe, nero, ex-schiavo, simbolo della lotta per l’emancipazione che tuttora continua – il caso di George Floyd insegni – fu arrestato e deportato in Francia, nel giugno 1802. Il Primo Console, smanioso sempre più di potere, prima volle consolidare la longa manus della Rivoluzione Oltreoceano, e poi riaffermare la tratta degli schiavi (con conseguenti introiti) e la superiorità dei bianchi francesi. Quello che fu, come Garibaldi, l’eroe dei due mondi morì incarcerato nel Castello di Joux nell’aprile del 1803 ma la lunga marcia sarebbe proseguita fino al 28 agosto 1963 e continua tutt’oggi.


Le ingerenze statunitensi e il vudù di Papa Doc
Gli Stati Uniti hanno sempre avuto la cattiva abitudine di considerare l’America Latina il giardino di casa e, quindi, di sentire la necessità di averne cura secondo i propri modelli e principi. Nel 1915 per proteggere i propri investimenti invasero Haiti e la occuparono militarmente per quasi vent’anni. Anche dopo il ritiro formale delle truppe, la Casa Bianca mantenne un controllo indiretto sulle finanze del Paese caraibico fino al termine della Seconda guerra mondiale. I successivi dieci anni di lotte intestine si conclusero con l’elezione a Presidente non di un nuovo Toussaint Louverture – dedito alla causa, onesto e insieme rivoluzionario (come sarà Ernesto Che Guevara) – bensì di Farançois Duvalier, Papa Doc, che si terrà saldamente al potere fino alla morte grazie anche alla ferocia della sua milizia privata, i Tonton Macoute.

Papa Doc si stima abbia fatto assassinare circa 30 mila oppositori politici ma, aldilà dell’efferatezza con la quale trasformò la sua presidenza in una dittatura, la sua figura resterà per sempre legata a quella di Baron Samedi. Haiti era ed è un Paese profondamente ignorante (quasi il 50% della popolazione è analfabeta), superstizioso e violento – oltre ai rapimenti di cui scriveremo, basti pensare che l’Albero della Vita Onlus denuncia come, in questi giorni di pandemia, la popolazione sia arrivata a “bruciare la casa di un professore che aveva detto pubblicamente di temere di essere stato contagiato e che poi era risultato negativo al test”. E se i balinesi, altrettanto superstiziosi, s’impongono (e impongono ai turisti) la Giornata del Silenzio (il Nyepi Day) – che dura in realtà circa 36 ore – per scacciare i demoni e proteggere l’isola e i suoi abitanti da disastri naturali ed epidemie, data la mancanza di un servizio sanitario efficiente; ad Haiti, Papa Doc – che compariva in pubblico agghindato come una divinità vudù – invece di suscitare ilarità, incuteva un tale terrore da aver convinto la popolazione che fosse capace di trasformare gli oppositori politici in zombie.  

Con un secondo salto temporale da sussidiario arriviamo a Noam Chomsky che, nel 2002, in Capire il potere – a cura di Peter R. Mitchell e John Schoeffel – denunciava come Bill Clinton, nel 1994, quando diceva che il Presidente di Haiti, Jean-Bertrand Aristide “aveva dimostrato di essere un sincero democratico perché aveva accettato di dimettersi nei primi mesi del 1996, come imponeva la Costituzione haitiana…”, in realtà mentisse dato che: “la Costituzione haitiana non lo stabiliva affatto. Lo ha stabilito Bill Clinton” (e, in effetti, se su cinque anni di mandato, un Presidente ne passa tre in esilio, è difficile dire che abbia governato).

Il ritorno di Aristide fu coronato dalle imposizioni statunitensi. Leggiamo sempre da Chomsky: “Hanno concesso ad Aristide qualche mese con le mani legate e con un piano economico imposto a forza dalla Banca Mondiale, il classico pacchetto di riforme strutturali”. E più oltre: “«Il nuovo Governo… deve concentrare le proprie energie e i propri sforzi sulla società civile», in particolare sulle industrie per l’esportazione e sugli investitori stranieri. D’accordo, allora la società civile haitiana è questa, gli investitori stranieri di New York sarebbero la società civile di Haiti, non le organizzazioni di base… E significa che, sotto le condizioni della Banca Mondiale, le eventuali risorse economiche che arrivano a Haiti dovranno essere usate per riportare il Paese a quello che abbiamo sempre voluto che fosse: una base per le esportazioni con manodopera a bassissimo costo ed esportazioni agricole verso gli Stati Uniti, che strappano i contadini dall’agricoltura di sussistenza mentre la gente muore di fame”.

Sull’Enciclopedia Treccani (che non potrà essere considerato un libro di sinistra) si conferma, anche a distanza di anni, l’analisi economica di Chomsky, quando si legge: “Il settore primario risente dello sfruttamento indiscriminato dei pochi suoli agrari (32% della superficie totale) da parte sia delle piccole aziende contadine di sussistenza (mais, riso, manioca) sia delle grosse piantagioni (caffè, banane, agave da sisal, cacao, cotone, canna da zucchero, piante da frutta). Pur essendo nettamente diminuita, la popolazione attiva in agricoltura supera ancora il 60%, senza riuscire ad assicurare al Paese neppure l’autosufficienza alimentare”.

Haiti, foto di Smattern da Pixabay

Haiti oggi: povertà, aids, rapimenti, corruzione
Dopo il terremoto del 2010 la situazione haitiana, se possibile, è persino peggiorata. Su 11 milioni di abitanti, si registrarono circa 230 mila vittime – e come coda, il disastro naturale ebbe un’epidemia di colera che falcidiò altre 10 mila persone. Nel 2016 arrivò anche l’uragano Matthew, il primo di categoria 5 formatosi nell’Atlantico in dieci anni, che causò la distruzione dell’80-90% di alcuni centri abitati, soprattutto nelle zone meridionali dell’isola. 

L’Albero della Vita Onlus denuncia alcune tra le situazioni più gravi – diventate ormai la quotidianità per gli haitiani. Oltre a una promiscuità che è la norma – e che è fattore controproducente in qualsiasi situazione epidemica, dato che “intere famiglie vivono in una stanza, spesso senza accesso ad acqua corrente ed elettricità, usano latrine comunitarie e sono costrette a lavorare ogni giorno per sopravvivere” – continua anche la pratica dei rapimenti: “una modalità che tante bande criminali hanno scelto per finanziare i loro loschi traffici: nessuno è stato risparmiato, né i religiosi né i bambini al ritorno da scuola, rapiti per un riscatto di meno di 20 dollari”.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità aggiunge dati: “Haiti è il Paese più povero dell’emisfero Occidentale. Al 68° posto nell’indice della povertà nel Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo” ed è altresì “soggetta a uragani e a rischio di terremoti” (t.d.g.). Uno tra i maggiori problemi dell’isola, a livello sanitario, è l’Hiv/Aids. UnAids denuncia che nel 2018 le persone sieropositive erano 160 mila (l’1,4% della popolazione totale), 7.300 i nuovi casi e 2.700 i decessi connessi con l’immunodeficienza acquisita. Nello stesso anno: “Tra le persone con 15 anni o più, sieropositive, il 59% era in cura, mentre solamente il 40% di quelli tra 0 e 14 anni era seguito a livello medico” (t.d.g.).

Anche il Cesvi denuncia che a Haiti circa l’80% della popolazione “vive sotto la soglia di povertà, con meno di due dollari al giorno. Il 47% della popolazione con più di 15 anni è analfabeta e quasi il 75% delle case sono di latta, legno e cartone, e non hanno impianti igienici”. Se non bastasse, negli ultimi anni i cambiamenti al vertice si sono susseguiti – trascinati da un vortice di violenza. Dopo denunce di irregolarità e nuove elezioni, proteste popolari, accuse di corruzione, dimissioni, sfiducie parlamentari e governi ad interim, dai primi di maggio è sbarcato sull’isola, insieme ai migranti che hanno perso il lavoro all’estero – soprattutto nella vicina Repubblica Dominicana – anche il coronavirus. 500 mila persone, secondo alcune stime, arrivate in un Paese che ha solamente 200 posti letto in ospedale.

Ma il peggio è sempre oltre l’uscio e coinvolge attori insospettati. La Banca Mondiale ha previsto una diminuzione dei trasferimenti dei migranti del 20%, e una penalizzazione di realtà quali: “Tonga, Haiti, Sud Sudan e Nepal, il cui prodotto interno lordo dipende per un quinto da questi flussi di denaro” (fonte: https://www.i-com.it/2020/04/23/poverta-banca-mondiale/). Ma se la Banca Mondiale, come scriveva Chomsky, non è comunque esente da colpe, aldilà che i suoi dati siano o meno attendibili, anche le organizzazioni non governative – o meno – che dovrebbero aiutare la popolazione (ad Haiti, come in altri Paesi del cosiddetto terzo o quarto mondo) non sempre paiono all’altezza dei loro compiti. Interessante a proposito la corrispondenza di Laura Sullivan per NPR (National Public Radio, con sede a Washington) che scrive, nel 2015, a proposito degli aiuti della Croce Rossa all’isola caraibica: “Quando un terremoto devastante rasò al suolo Haiti nel 2010, milioni di persone fecero donazioni alla Croce Rossa statunitense. I fondi così raccolti ammontavano a quasi mezzo miliardo di dollari. Fu una tra le campagne di raccolta fondi di maggior successo della sua storia. La Croce Rossa statunitense promise di aiutare la ricostruzione haitiana, ma cinque anni dopo la sua eredità a Haiti non è costituita da nuove strade, o scuole, o centinaia di nuove abitazioni. È difficile sapere dove è andato a finire tutto quel denaro” (t.d.g.).

Un altro mondo è ancora possibile?

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