GB: Covid-19, settled status e Mutual Aid Group

MutualAidPic_@heardinlondon

Un’italiana a Londra tra Brexit e pandemia

di Verena Leonardini

Non avere un’entrata non è mai elettrizzante, soprattutto se si vive a Londra durante la pandemia. Essendo un’organizzatrice teatrale, non c’è da stupirsi se non abbia molto da fare al momento. Come molti colleghi freelance, ho fatto domanda per i contributi statali, detti benefit, il che non è stato semplice dato che circa 500 mila persone hanno fatto la stessa cosa nel giro di poche settimane. Nel frattempo, contempliamo le reciproche facce attonite mentre cerchiamo di capire se il presunto supporto per i lavoratori autonomi (che dovrebbe coprire l’80% dei nostri guadagni a partire da giugno) è un miraggio oppure realtà. E cerchiamo anche di capire in che cosa impegnarci fino al momento (presumibilmente lontano) in cui ricominceremo a lavorare. Non siamo mai stati così entusiasti all’idea di sederci di nuovo in ufficio a testa bassa davanti al nostro buon vecchio Excel.

Non scaseggiando il tempo a disposizione, ho portanto avanti la mia richiesta per il cosidetto EU Settlement Scheme, senza il quale non potrei continuare a vivere a Londra nonostante abbia appena festeggiato il mio sesto anno in Inghilterra. A movimentare queste giornate sospese nell’incertezza ci sono i ritardi burocratici dovuti al virus, l’affannata ricerca di ricette mediche e tasse universitarie sepolte negli angoli più remoti della mia stanza per documentare la mia residenza a Londra. Anche perché, proprio negli ultimi giorni, molti aiuti agli europei residenti in Inghilterra sono stati negati proprio a causa del loro status. Da qui il temibile limbo del pre-settled status, assegnato a chi non sia in grado di documentare che in Inghilterra ci ha risieduto davvero, e legalmente, per almeno 5 anni. E che, sostanzialmente, fa vacillare tutti i diritti degli sfortunati respinti. La conferma per il mio settled status è appena arrivata.

Avendo sempre lavorato in ambito teatrale, non posso che domandarmi cosa ha in serbo il futuro per il teatro inglese. Senza dubbio la pandemia sta avendo un impatto enorme sul mondo artistico del Paese. Il quadro della situazione, in questo momento, è piuttosto terrificante, in tutta onestà. Ma il coraggio non deve mancare, e allora faccio un bel respiro e do uno sguardo allo stato dell’arte.

Con moltissime organizzazioni artistiche che hanno dovuto chiudere i battenti a causa del Covid-19, nessuno sa con certezza cosa sarà rimasto dei loro assetti finanziari una volta che potranno ricominciare l’attività. Ma non è tutto. Nonostante il virus abbia interrotto le negoziazioni e la Brexit sia stata accantonata, non ci dimentichiamo che l’Inghilterra ha di fatto lasciato l’Europa. E al momento non è dato sapere quali saranno i nuovi accordi sul commercio e gli altri ambiti di collaborazione una volta concluso il periodo di transizione.

La preoccupazione più impellente per l’industria dello spettacolo riguarda la libera circolazione delle persone – dagli attori e danzatori ai tecnici e registi – che potrebbero incagliarsi in tournée dispendiose e tempistiche burocratiche proibitive, oltre a documenti aggiuntivi su scenografie e attrezzature. Molte Compagnie dovranno limitare le tournée, con una conseguente perdita di talenti e ristagno creativo, e una contrazione delle attività internazionali. Un altro motivo di apprensione è dato dalla perdita dei fondi Europei destinati alla cultura, di cui l’Inghilterra ha sempre beneficiato a piene mani. Soprattutto, l’industria dello spettacolo inglese inorridisce al pensiero del decadimento della sua reputazione internazionale. Sembra, nel complesso, che il futuro presenterà delle sfide non indifferenti al teatro e agli operatori teatrali.

Mentre il mondo teatrale è impegnato a trovare nuove idee per sopravvivere alla crisi, qualcosa di molto interessante sta succedendo nelle strade deserte di Londra. La settimana in cui il governo ha annunciato la necessità per anziani e persone con condizioni pregresse di salute di proteggersi dal virus, circa 1000 guppi locali sono spontaneamente nati in tutto il Paese per prendersi cura delle persone più vulnerabili che erano in auto-isolamento a causa della pandemia. Tutto era nato dall’idea di alcuni individui che hanno velocemente creato gruppi WhatsApp e aggiunto qualche vicino di casa per fare la spesa, portare medicine o il cane a passeggio. Tra questi c’ero io, impressionata dalla velocità e organizzazione dei miei giovani collaboratori. In pochi giorni si potevano contare 4,000 gruppi di aiuto reciproco (Mutual Aid Group). Alcuni coprivano un quartiere, altri una sola strada, altri città intere. Da allora, sono stati portati nelle cassette delle lettere di migliaia di persone volantini che offrivano aiuto nel caso ce ne fosse stato bisogno.

I quartieri sono stati mappati, linee guida su come non diffondere il virus sono state condivise in diverse lingue, e contatti e risorse online sono stati messi a diposizione tra i diversi quartieri. I volontari si stavano auto-organizzando con incredibile efficienza, rispetto e creatività. La cosa più formidabile è che questa rete di protezione era generata a livello informale e organizzata spontaneamente via WhatsApp, Zoom e Facebook.

Man mano che venivano sondati i bisogni specifici delle persone, squadre diverse sono state create di conseguenza. Un gruppo si occupa di trovare risorse e assistere chi, rimasto senza lavoro, non ha la possibilità di pagare le bollette o fare la spesa, dato che i sostegni statali, durante l’emergenza Coronavirus, tardano ad arrivare. Altri gruppi supportano i migranti o persone con disabilità durante la pandemia e li indirizzano verso strutture apposite; altri ancora mettono in contatto vittime di violenza domestica con chi può offrire aiuto professionale. C’è un’attenzione ai diritti dei lavoratori e affittuari, con risorse specifiche e crowdfunding. La lista di attività e risorse messe a disposizione è notevole, di facile accesso e capace di rispondente ai bisogni della comunità. Essere parte di questo network è stato sicuramente uno degli sviluppi più ispiranti dall’inizio del lockdown.

Primo, perché dimostra i punti di forza di un approccio che parte dalla base, senza che niente venga imposto dall’alto. Le persone appaiono genuinamente motivate, partecipano creativamente e hanno il senso di possedere e controllare il proprio lavoro. E danno il meglio di sé. Sentirmi libera di organizzare il mio tempo e le mie capacità per quello che era un autentico bisogno di aiutare i miei vicini in difficoltà è stato uno degli aspetti che più ho apprezzato dell’esperienza.

Secondo, il network sembra riconciliare due generazioni differenti che sembravano essersi perse. Sia le questioni ambientaliste che il dibattito sulla Brexit avevano messo in luce una sfida generazionale, in cui i giovani mostravano insofferenza nel dover fare i conti con un futuro scelto e costruito da una sconsiderata generazione precedente. La genuina spinta alla solidarietà dispiegata senza pensarci un attimo dai volontari sembra dimostrare un desiderio di protezione che è quantomeno rincuorante.

E ancora, le persone si sono adattate a contribuire socialmente in un battere di ciglia. Personalmente, questo mi ha gratificata più di quanto non abbiano mai fatto alcuni dei miei lavori passati.

Molto è stato detto su come l’eccezionale situazione che stiamo attraversando potrebbero cambiare il modo in cui ci relazioniamo. Spesso ci è sembrato banale e iper-idealista. Tuttavia, ho sperimentato personalmente un piacere naturale nello stringere relazioni con persone che non avrei mai potuto conoscere senza l’emergenza della pandemia. Ho sentito un istinto di protezione nei confronti dei miei vicini che non conoscevo. Questo livello più semplice e genuino di interazione (Come ti senti oggi? Come hai cucinato il tuo curry? Quanti anni avevi quando hai perso tua sorella? Facciamo un po’ di esercizio: perché non iniziamo insieme su WhatsApp?) sembra gettare il potenziale per un modo più simpatetico di vivere il nostro quartiere. Posso addirittura sperare che sentirci un po’ più legati alla nostra comunità locale a Londra non sia un’utopia.

English Version

An Italian in London during the pandemic and the Brexit transition

No money coming in never sounds thrilling, wherever you are. But if you live in London and during the pandemic, the grip is even tighter. As a freelancer working in the performing arts, not surprisingly I am hardly overworked right now. As many of my peers, I had to apply for Universal Credit, a government payment to cover living costs. Which has been a bit of an adventure, with some 500,000 people applying for benefits in the UK during the same few weeks. In the meantime, with flustered faces we try to understand whether the self-employed scheme (which should cover 80% of average profit from June) is just a pipe dream or reality. And we all try to think of worthwhile activities to keep us busy between now and the moment (supposedly quite far away) we will be able to go back to work. We have never been so thrilled at the idea of sitting in an office, head-down, in front of a good old spreadsheet.

Meanwhile, as time is definitely not pressing on me at the moment, I have carried on my application for the EU Settlement Scheme, without which I would not be able to live in the UK despite my six years in the country. Pandemic related delays; further evidence to prove I have lived in the country without substantial breaks; search for old doctor’s notes and University’s invoices buried in the most hidden corners of my room, and further red tape of various kinds just add some spice over these numbing weeks. Many EU nationals with ‘pre-settled status’ have apparently been turned away from essential benefits (which would be a plain violation of the Withdrawal Agreement) thus my zeal to get my settling status confirmed, which has just happened

As the performing arts have always been my field, I cannot help but wonder what the future holds for the sector. No doubt the pandemic is having an enormous impact on the British arts; looking at what is happening right here and now is quite an appalling sight, in all honesty.

With so many arts businesses being shut down because of Covid-19, nobody truly knows what will be left of their finances or when they will be able to reopen. But that is not all. Although the disease has halted negotiations and the Brexit argument has in effect been shelved, let us not forget that the UK has in fact left Europe. And at the present moment, nobody still knows what the new agreements on trade and other areas of cooperation will look like after the transition period.

The main concerns for the performing arts world regard movement of people – from performers to sound and lighting designers to directors and stage managers – who may face costly trips abroad and prohibitive red tape, alongside extra documents for the movement of freight (such as sets and equipment). This means Brexit may limit the ability of certain performing arts companies to tour, with a consequent loss of talent, creative stagnation, and reduction of international business. Other crucial concerns are about the loss of European fundings, of which Britain has been a major recipient. Last but not least, the UK theatre industry is dreading the decay of its international reputation.

It seems, overall, that the future will present some serious challenges for theatres and theatre workers. But while the sector is busy looking for new ideas to get through these hardships, something really interesting is happening in the empty streets of London.

In the week after the government announced that the elderly and those with pre-existing health issues would have to be shielded from the virus, nearly 1,000 local groups spontaneously set up across the country to look after the most vulnerable people who were self-isolating during the pandemic. It all started from a few individuals who immediately created WhatsApp groups and added some neighbours to shop, deliver medicine and walk dogs. I was one of them, initially impressed by the speed and organization of my young associates. Within a few days 4,000 Mutual Aid Groups could be counted, some covering a single street, others a neighbourhood, ward or town. Since then, thousands of leaflets were printed and distributed in everyone’s letterboxes asking if people needed help.

The wards were mapped to show precisely which areas needed flyer distribution; guidelines in different languages regarding safety measures were shared in order to prevent spreading the virus; resources and templates were promptly distributed among different wards. People were self-organising with incredible efficiency, respect and creativity. And the most surprising aspect is that this new kind of safety net was completely made up of informal grassroots groups organised via WhatsApp, Zoom and Facebook.

As the volunteers started to sound out the various needs of the people, different teams were created accordingly. For example, finance teams are now finding resources and assisting those who cannot pay their utility bills or get food due to loss of income, while the benefit system is clogged up and cannot assist them yet. Other teams are supporting migrants during the pandemic or people with disabilities to direct them to dedicated organisations, while some other volunteers build bridges between individuals struggling with domestic abuse and organisations who offer professional help. Special support is given for workers, renters and NHS rights.

The list of activities and resources made available are wide, easy to access and respond to the actual needs of the community. Being part of this network has been undoubtedly one of the most inspiring developments since the lockdown began.

Firstly because it proves the strengths of a bottom-up approach opposed to a top-down strategy. People are truly motivated, participate willingly, and have a sense of ownership of their work. And this brings out their best. I personally felt empowered and free to organise my time and my skills for what what was a genuine urge to help my neighbours in distress.

Secondly, it seems to reconcile and bring together two different generations which might had lost each other. Both environmental issues and the Brexit debate had brought up a generational clash in which young people showed resentment for an unwanted future developed by the narrow-minded choices of the older generation. The surge of solidarity displayed by the volunteers without a second thought appears to prove a wish to reach out that is at least heart-warming.

Lastly, people seemed to adapt in an instant to social activities. That possibly made me feel more fulfilled than some of my jobs ever had.

A lot has been said about how the hardships we are going through might change the way we relate to each other. Many times that felt corny and over-idealistic. However, I personally experienced a natural pleasure in making connections with neighbours that I would have never got to know without the pandemic emergency. In this much simpler, genuine level to interact (How are you today? How do you cook your curry? How old were you when you lost your sister?) seems to lay the potential for a more sympathetic way to live in our neighbourhood. Without wanting to sound too clichéd, we might feel a bit more connected to our local community in London. We might be able to keep this going.


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