Festival dello spettatore. Venerdì 23 ottobre 2020

La mia Battaglia. Foto di Enrico De Luigi (gentilmente fornita dall’ufficio stampa del Festival dello Spettatore)

Esserci o non esserci? 

di Simona Maria Frigerio

Arezzo, sono le 14.30 di venerdì al Teatro Pietro Aretino. Si inizia con la prima parte dell’approfondimento sul tema Lo spettatore digitale. A Renzo Boldrini di Giallo mare Minimal Teatro è affidato il compito di aprire le danze, puntando sull’affinità tra fruizione del teatro online e uso della multimedialità nel teatro dal vivo; puntualizzando, però, che la prima non può sostituire la compresenza spettatore/attore che è intrinseca al fare e al fruire il teatro. Sulla medesima onda è sintetizzata anche Patrizia Coletta, direttore di Fondazione Toscana Spettacolo, ossia sulla necessità – sebbene con numeri contingentati, in questo momento – del teatro in presenza. La docente Anna Maria Monteverdi – autrice di Leggere uno spettacolo multimediale – indica, invece, la necessità di usare tecniche e linguaggi sempre al servizio di una precisa poetica registica, come nel caso di Robert Lepage (https://www.audinoeditore.it/libro/9788875274467/3843), e sulla necessità – quando si pensi a un prodotto da fruire su media diversi – di ridefinire grammatica e sintassi del fare teatro, in quanto la fruizione online è diversa da quella dal vivo – anche perché lo spettatore da cellulare si annoia facilmente e ha bisogno di prodotti veloci, esteticamente autonomi e drammaturgicamente originali.

Dal punto di vista economico, il docente Michele Trimarchi non vede differenza tra teatro su digitale e dal vivo, puntando l’attenzione su come si crei valore e affermando che lo stesso si consegue grazie al contenuto più che alla forma. La curatrice di Digital Life, Federica Patti, allarga lo sguardo sul panorama internazionale concentrandosi sulle molteplici estetiche e piattaforme che coinvolgono arti e tecnologie, dimostrando la ricchezza delle sperimentazioni nel campo – ben prima dell’avvento della pandemia. Ma proprio vedendo il video Dökk da lei proposto, degli islandesi Fuse (https://vimeo.com/205071534), si nota come sia la spettacolarità delle tecniche multimediali a colpire – anche se per pochi minuti – la fantasia di uno spettatore digitale e come la stessa non affondi nelle radici del fare teatro che è, come affermava Michele Trimarchi, specchio – crudele, deformante e cattivo – dell’umanità, che vi si deve riconoscere per esorcizzare timori atavici e per purificarsi attraverso la catarsi, oppure per estraniarsene così da poterne leggere e criticare i contenuti. E però Patti precisa che sempre di più lo spettatore è chiamato a essere co-creatore anche di questo tipo di performance, partecipandovi attivamente.

Tra i molti interventi, anche la testimonianza di una spettatrice, Sara Nocciolini, dalla quale è emersa l’importanza della rete – durante il lockdown – per rimanere in contatto con altre persone appassionate di teatro o con l’ambiente. Ma, d’altra parte, anche la denuncia del senso di frustrazione sperimentato nel non poter compartecipare il piacere o l’insoddisfazione provati durante uno spettacolo. Caratteristiche, queste, costituenti dello spettatore dal vivo – ma non di quello digitale. Di conseguenza, una cosa sarebbe l’utilizzo della tecnologia nella costruzione di una performance, e un’altra nella sua fruizione – anche perché la regia video, che sceglie cosa o chi ‘mostrare’, vieta la libertà anarcoide dell’occhio dello spettatore di teatro (a differenza di quello cinematografico). È emersa altresì l’importanza di un tempo e di uno spazio a sé stanti per godere appieno di uno spettacolo, laddove lo streaming – dato che si fruisce soprattutto a casa, dove si può essere distratti – non facilita la concentrazione necessaria (ricongiungendosi, quindi, con il discorso di Monteverdi sulla differenza tra spettatore digitale e in presenza).

Il programma del Festival è fitto e, alle 18.00, ecco Sosta Palmizi – ospiti del Teatro Petrarca – presentare uno spettacolo per bambini (ma piacevole a ogni età), intitolato Esercizi di Fantastica. Delizioso, leggero, forse con un doppio finale, sorretto da una drammaturgia intelligente e con una strizzata d’occhio all’indimenticabile Gianni Rodari che, proprio oggi, nacque – un secolo fa. Scenografia essenziale (cofirmata da Francesco Givone, Francesco Manenti e Francesca Lombardi), pratica, con valenze poetiche, leggera e adattabile – coprotagonista a tutti gli effetti. E una prima parte, con il ritratto di una normale famiglia disfunzionale in grigio, rinchiusa tra quattro mura e mobile addicted, che rimanda visceralmente alla situazione claustrofobica del lockdown ma, soprattutto, a un universo di paure che occorre chiudere fuori, escludendo però anche le gioie, i colori e la fantasia di un mondo che sarà inevitabilmente pericoloso in quanto è la vita a esserlo. Dato che, come scriveva Amélie Nothomb: “Il rischio è la vita stessa. Non si può rischiare che la propria vita. E se non la si rischia, non si vive“.

In prima serata ci si sposta a Monte San Savino dove va ‘su visore’, al Teatro Verdi, Segnale d’allarme-La mia battaglia VR. Ho scritto ‘va su visore’ perché così è proposto lo spettacolo: ogni spettatore entra a teatro, si siede in poltrona e s’infila un visore 3D e delle cuffie per vedere e ascoltare il monologo teatrale di e con Elio Germano, La mia battaglia, preregistrato in un altro teatro. Il testo si basa su passaggi dal Mein Kempf (La mia battaglia, il libro di Adolf Hitler pubblicato nel ’25) e il fine, dell’originale dal vivo, potrebbe essere quello di un esperimento sociale, ossia far comprendere al pubblico quanto sia facile riconoscersi nelle ovvietà da cartomante di Hitler (rammentando come le cartomanti siano fini psicologhe – similmente al Führer – che sanno quanto/do generalizzare e percepiscono dove colpire); o forse osservare, come scienziati, le reazioni del pubblico a mano a mano che si rende conto di cosa stia ascoltando e fino a che punto vi si sia riconosciuto. La banalità del male, come avrebbe scritto Hannah Arendt. Tanto di cappello per l’idea teatrale originale.

Ma, dopo un certo numero di repliche, scoperto l’autore del testo, non avendo altri mezzi per creare il perturbante – ossia lo scarto tra comprensibile e inaccettabile – ecco che bisogna traslare un monologo teatrale in una specie di iperrealtà da fruizione collettiva di un piacere onanistico, per continuare a commercializzare il medesimo prodotto. Più perturbante, al contrario, è togliersi il visore (quando ci si accorge, guardando la propria poltrona, di non esistere in quella realtà, quando si nota la povertà della tecnica e la non consequenzialità di forma e contenuto: quale sarebbe il valore aggiunto di vedere in 3D un monologo teatrale?) e osservare il pubblico che si ha intorno. Vedere decine di persone (tenendo conto della distanziazione imposta dalla pandemia), ognuna chiusa nel proprio guscio, separata e sola, sorvegliate dai tecnici, di fronte a un palco vuoto è urticante. Quale il senso di una simile operazione se non affossare l’idea stessa del teatro – che è esserci e compartecipare? Soprattutto in tempi in cui rischiamo di essere, a breve, rinchiusi nuovamente tra quattro mura, dove l’unico mezzo di fruizione sarà l’online (solo apparentemente democratico e ancor meno partecipativo), vedere il pubblico accettare passivamente l’illusione orwelliana laddove dovrebbe pretendere la compresenza, è simbolicamente simile a vederlo abdicare alle proprie libertà civili per un qualsiasi bene superiore.

Anche le affermazioni di Germano, nel dibattito post-visione, lasciano perplessi. L’attore ha infatti affermato che la compartecipazione attore/spettatore è illusoria, in quanto all’interprete non interessa sentire o sapere cosa provi o pensi il pubblico riguardo a ciò che gli sta proponendo (o propinando?) e, in ogni caso, la reazione – fischi o applausi che siano, come un grido in una manifestazione o un tweet su un social – non ha valore in sé: ci fa solamente sentire a posto con noi stessi, mentre dovremmo rimanere con la nostra crisi, senza poterla esprimere, e portarcela a casa. Ora, a prescindere dal fatto che l’attore di cinema può forse infischiarsene del pubblico (fino a un certo punto, perché se un film è un fiasco rischia di non lavorare più), quello di teatro conosce bene quel feeling unico e irripetibile che si crea tra una platea e un interprete; se così non fosse, non si capirebbe perché il medesimo spettacolo possa avere repliche più o meno riuscite, ovvero repliche dove l’aria si elettrizza e altre in cui langue nella routine. In secondo luogo, ben tornino i tempi in cui il pubblico – come insieme di singoli ma anche come unicum – reagiva; gli anni in cui si andava in manifestazione credendo che un altro mondo fosse ancora possibile. Dai ragazzi di Genova 2001 alle folle trascinate dal Living Theatre, è di quella partecipazione di cui abbiamo e avremo sempre più bisogno. La crisi non dobbiamo portarla a casa poiché, come affermava Antonio Gramsci: “Crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere” ma, come l’ecosistema ci ammonisce, ormai è ora di (re)agire.

Gli spettacoli e gli eventi hanno avuto luogo nell’ambito del Festival dello Spettatore:
Arezzo, varie location
venerdì 23 ottobre 2020, ore 14.30
Teatro Pietro Aretino
giornata di studio sul tema Lo spettatore digitale

ore 18.00
Teatro Petrarca
Sosta Palmizi presenta:
Esercizi di fantastica
da un’idea di Giorgio Rossi
(spettacolo di teatro-danza per ragazzi e famiglie)

ore 21.00
Teatro Verdi
Monte San Savino
Segnale d’allarme – La mia battaglia VR
scritto, diretto e interpretato da Elio Germano
(trasposizione in realtà virtuale de La mia Battaglia – al termine incontro con l’attore)

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