Festival dello spettatore. Sabato 24 e domenica 25 ottobre

Gli organizzatori del Festival dello Spettatore, sul palco per l’ultimo saluto – Foto di Simona Maria Frigerio

Save the last dance for me

di Simona Maria Frigerio

Anche nel weekend continuano gli appuntamenti di questo piccolo festival, ricco di contenuti, che anima da cinque anni l’autunno aretino. Dopo una seconda mezza giornata di studi e la presentazione del libro di Anna Maria Monteverdi, Leggere uno spettacolo multimediale, l’appuntamento è con la performance per spettatore singolo, The Right Way – Volume II Digital, ideata da Daniele Bartolini, che avevamo applaudito a Kilowatt Festival, nel 2016, con il walk-about The Stranger (https://teatro.persinsala.it/kilowatt-festival-venerdi-15-luglio/32210/).

La proposta al Festival dello Spettatore è un’incursione nei nostri pregiudizi, convinzioni e timori. Un’indagine (mai noiosa o pedagogica) sull’immaginario comune attraverso i segni culturali che forgiano e rappresentano la nostra realtà. Non volendo svelare i contenuti perché lo spettatore co-autore della propria performance deve essere in qualche modo impreparato per specchiarsi efficacemente e sinceramente nel proprio io, scriveremo solamente che Bartolini ha colto nel segno, raccogliendo come Pollicino le briciole di una cultura occidentale, ieri come oggi, razzista, sessista e omofoba, che non è in grado di accettare i limiti della propria storia e dei simboli che ne rappresentano le pietre miliari. E che, nel contempo, non fa nulla per cambiare; ossia per estirpare, nel presente, la medesima radice marcia. La storicizzazione degli eventi, la giusta distanziazione dai personaggi che li mossero appare lontana a un’umanità violenta, oggi, contro chi venerava, ieri, ma non per questo meno propensa a cambiare i contenuti del suo essere nel mondo. Inutile distruggere la statua di Cristoforo Colombo (che, tra l’altro, era un semplice strumento nelle mani della Corona di Castiglia e Aragona), come fanno gli attivisti in Usa, per poi votare a favore di coloro che promuovono gli interventi del proprio Paese in Medio Oriente, Nord Africa o Bolivia – uno tra i pochi colpi di Stato avallati, e forse anche in parte fomentati, dagli Usa che ha visto, alla fine, la vittoria democratica del popolo sul colonialismo/capitalismo a stelle e strisce (come scrive la collega Laura Sistini, http://www.theblackcoffee.eu/bolivia-ritorno-al-futuro/). Finale poetico.

Nella giornata di domenica gli appuntamenti teatrali sono due. Mentre è partito il conto alla rovescia per un nuovo lockdown, a carico anche dei teatri che sappiamo bene non essere luoghi di contagio, bensì attività non essenziali in un’Italia (ma altresì un’Europa) che identifica l’essenziale alla vita e all’economia con la produzione di beni di consumo – i quali, con la crisi economica dilagante, resteranno sugli scaffali e nei magazzini – fa bene all’anima esserci, e ritrovarsi per l’unico rituale laico che è sopravvissuto per oltre duemila anni, con buona pace di una pletora di politici ignoranti. E così, mentre Cgil, Cisl e Uil dormono il sonno della ragione credendo di aver messo al sicuro impiegati e operai, bloccando quei licenziamenti che tra tre mesi saranno inevitabili, o chiedendo obolil; mentre impiegati e operai pensano di essere essenziali con le loro bombe e bottiglie di plastica, ma quando saranno fuori dai cancelli delle loro fabbriche né il teatrante né l’intellettuale – ma neanche il barista o il pizzaiolo – andranno a solidarizzare; mentre associazioni di categoria già chiedono elemosine ai ministeri invece di diritti e rispetto e così, pur rivendicando l’importanza della cultura, in realtà vi abdicano a favore del succitato obolo; mentre i lavoratori non comprendono che tutti abbiamo la medesima dignità e ogni mestiere è essenziale per chi lo svolge e per chi ne fruisce; in un clima rassegnato da finale de Il pianista sull’oceano – con transatlantico che va a fondo insieme ai suoi ratti – in teatro si assiste al canto del cigno.

Si inizia alle 15.30 al Teatro Pietro Aretino con la Compagnia Can Bagnato, che presenta lo spettacolo per bambini Opera Minima. Di sicuro interesse il lavoro come scenografo e al disegno luci di Fabio Pecchioli, che sa creare atmosfere con intelligenza e garbo e ha ideato un divano/fondale/botola di scena altamente funzionale. A parte questo, però, notiamo che a livello drammaturgico lo spettacolo risente di una specie di lungo preambolo abbastanza noioso, di una certa pretenziosità nel voler cantare arie note – che abbisognerebbero di ben altro talento vocale – e di una serie di cliché da clownerie (come il lancio dei fiori sul palco) alquanto vetusti.

In chiusura di serata e di festival – ma anche di sipario per chissà quanti mesi – alle ore 21.00, riflettori accesi al Teatro Petrarca su Ballarini, testo e regia di Emma Dante, interpreti Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco. Come in Bianca (che avevamo apprezzato a Collinarea Festival: http://www.traiettorie.org/2019/08/02/collinarea-festival-report-1-agosto-2019/), anche qui il lavoro di Civilleri/Lo Sicco – diretti da Emma Dante – si concentra sul corpo, le possibilità espressive del gesto e del volto, e la comunicazione a diversi livelli con lo spettatore. Non sfugge, infatti, l’importanza dell’incontro empatico tra vissuto personale e brani musicali scelti – laddove il subliminale si attanaglia a nostalgie che, a seconda dell’età dello spettatore, riportano alla mente ricordi d’infanzia, teche Rai, balli liceali, motivetti fischiati dal nonno o programmi di una tivù forse più ingenua ma sicuramente meno sovraccarica di spazzatura.

Ballarini è struggente metafora della vita, di ogni e di tutte le vite. Quelle felici. Quelle che si vivono in due, per caso o per fortuna. Con quel sapore/odore di Ginger e Fred. Quel medesimo cielo stellato fittizio che, sul palco, si spegne con l’ultima danza. Ballarini è coscienza preveggente di questi giorni e mesi, di una vecchiaia che accetta la ruga e la malattia e alla malattia si arrende perché è nel corso naturale delle cose. Nel gerontocomio occidentale dove la vecchiaia è diventata una parolaccia, da esorcizzare con bisturi e plastiche, pillole e flebo – stato sclerotizzato ab aeternum dalle fameliche industrie farmaceutiche – staccare la spina, nel finale, è metafora di quell’arrendersi a una dolce morte che significa, innanzi tutto, regalare spazio a nuove vite. Commovente, conciliante ninnananna prima del silenzio, che regala una lacrima buona come, tanti anni fa, Le invasioni barbariche.

In chiusura alcune parole della regista, Emma Dante, consegnate alle labbra di Manuela Lo Sicco. E un applauso scrosciante per la richiesta che un giorno anche questo mestiere, quello del teatro (ma aggiungeremmo anche di chi crea musica o arte o pensiero o bellezza) sia considerato essenziale. Purtroppo, al momento, così non è e, soprattutto, sono i lavoratori stessi a non comprendere di fare tutti parte di una medesima umanità dove le esigenze sono le medesime. Inutile rivendicare il valore dell’intelletto con una penna o su un palco o della mano a un tornio o a un computer. Fin quando non comprenderemo che “siamo tutti sulla stessa barca” – frase scelta, non a caso, da Marina Abramović per il cinquantesimo della Barcolana – i Danny Boodman T.D. Lemon Novecento non avranno speranza. 

Gli spettacoli sono andati in scena nell’ambito del Festival dello Spettatore:
Arezzo, varie location
sabato 24 ottobre 2020, ore 17.30
Teatro Pietro Aretino
Anna Maria Monteverdi presenta il suo ultimo libro, Leggere uno spettacolo multimediale
ore 18.50
Cinema Eden
Daniele Bartolini presenta:
The Right Way – Volume II Digital
(performance per un solo spettatore alla volta)

domenica 25 ottobre 2020, ore 15.30
Teatro Pietro Aretino
Compagnia Can Bagnato presenta:
Opera Minima
ore 21.00
Teatro Petrarca
Ballarini
testo e regia di Emma Dante
con Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco
(ultimo spettacolo della Trilogia degli occhiali)

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