Estate da brivido

Versilia, 30 giugno 2020, mare, sole e niente mascherine. Foto di Simona Maria Frigerio

Gialli sotto l’ombrellone: Dave Zeltserman e Jussi Adler Olsen

di Simona Maria Frigerio 

In questi anni è diventato di moda il cosiddetto Giallo Svezia, eppure il danese Jussi Adler Olsen non ha nulla da invidiare ai vicini di casa. Nel 2007 pubblica La donna in gabbia (dopo una vita spesa facendo lavori diversi, come capita spesso agli scrittori e, non a caso, anche allo statunitense Zeltserman, di cui scriveremo tra poco) e inaugura quella Sezione Q che gli regalerà il successo internazionale. 

Ma facciamo un passo indietro. Sebbene spesso il giallo sia considerato letteratura di genere e, quindi, minore (come accade al cinema o al teatro ove dramma e tragedia si reputano sempre superiori alla commedia forse per pregiudizio pseudo-aristotelico), è indubbio non solamente che vi si siano cimentati autori anche linguisticamente sopraffini, come Carlo Emilio Gadda (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana) o inventori di atmosfere rarefatte e personaggi indimenticabili quali Raymond Chandler, ma altresì che il genere sia servito a indagare i vizi della provincia (George Simenon) o a ritrarre una precisa condizione psicologica e sociale (i proto-thriller di Émile Zola, La bestia umana e Teresa Raquin) e, ancora, ad assurgere all’Olimpo della letteratura con la maiuscola nelle mani di un Friedrich Dürrenmatt. 

D’altronde, una delle ragioni del fascino del giallo (almeno per il filone della detective story à la whodunit – ossia, chi l’ha commesso?), come scriveva l’autore di best seller degli anni 20 e 30 del Novecento, S. S. Van Dine, risiede nel fatto che: “Il romanzo poliziesco è un gioco intellettuale; anzi, uno sport addirittura”. E sotto l’ombrellone – visto anche il divieto al beach volley causa Covid-19 (una delle tante cavillose imposizioni delle task force che si sperano finalmente sciolte, insieme a tali pruriginose elucubrazioni) – quale migliore allenamento per le nostre cellule cerebrali? 

Dalla Danimarca con amore
Tornando a La donna in gabbia, vi è indubbiamente la componente della curiosità che sollecita il lettore a scoprire chi trama nell’ombra. Gli indizi si snocciolano di fronte ai nostri occhi con il meccanismo perfettamente oliato della detective story. Il protagonista, Carl Mørck, capo della Sezione Q, ha un che del burbero Commissario Maigret e intuizioni altrettanto felici, ma anche quel giusto numero di scheletri nell’armadio tali da rendersi più umano. Il suo aiutante, il siriano Assad, seppur personaggio simpatico e più in gamba del previsto, risente dello stereotipo del migrante (arabo musulmano) visto attraverso l’occhio nordico, mancando soprattutto della raffinatezza della cultura siriana. Più taxista che spara musica ad alto volume lanciandosi a 100 km all’ora sulle arterie di Amman (come da esperienze personali in Giordania) che non rifugiato politico, sbarcato sulle coste danesi per salvarsi la vita. 

Il libro, peraltro molto godibile e dalla trama ben costruita, scorre sul doppio binario dell’indagine poliziesca e del racconto della vittima. I due narratori, Carl nel presente (il 2007) e Merete Lynggaard, negli anni trascorsi tra i giorni prima della sua scomparsa (nel 2002) e il presente, si passano il testimone di capitolo in capitolo con una strizzata d’occhio alla saga di Saw – L’enigmista (che si era inaugurata sul grande schermo nel 2004). 

Di sicuro interesse, come nei thriller svedesi e norvegesi, la descrizione di una Danimarca lontana dagli stereotipi efficientisti e liberal venduti sul mercato europeo e, al contrario, burocratica, farraginosa, machista e con appropriazioni indebite di denaro pubblico e politici affamati più di potere che di giustizia.

Ovviamente non sveleremo altro riguardo alla trama e tanto meno al finale. 

Non lascio, raddoppio
Laureato in matematica, per 25 anni sviluppatore di software, Dave Zeltserman, bostoniano classe 1959, è diventato anche lui scrittore a tempo pieno solo in un periodo tardivo della propria esistenza. Eppure è proprio nei suoi studi che, forse, si può rintracciare quella che sarà la sua peculiarità nelle vesti di giallista. 

In effetti Zeltserman ci invita a seguire le vicende di Piccoli crimini (del 2008) e di Killer (del 2010), raccontate dai protagonisti in prima persona – rispettivamente, Joe Denton (ex poliziotto della contea di Bradley, nel Vermont) e Leonard March (ex assassino a pagamento di Sal Lombard, che dovrebbe essere, nonostante il nome franco-latino, un mafioso Italo-americano) – non tanto per scoprire l’autore di un delitto, bensì per ricostruire secondo un modello matematicamente preciso la tara insita nella psiche del protagonista – la menzogna che questi racconta persino a se stesso per giustificarsi di fronte al mondo. 

La finezza psicologica di Zeltserman ci regala due personaggi a tutto tondo, credibili, con un Denton più che compatibile e un March sottilmente intrigante. E se Piccoli crimini ha il merito di tenere il lettore col fiato sospeso grazie alla tecnica del cliffhanger (ossia il finale sospeso, utilizzato sia nelle serie televisive sia dai giallisti, come Jeffery Deaver o Donato Carrisi, quest’ultimo specialmente ne Il suggeritore, tra un capitolo e il successivo), Killer ricostruisce tramite flashback una trama psicologica che si dispiega in tutta la sua complessità solamente nelle ultime righe (rimandando, in questo, a un piccolo capolavoro come Follia di Patrick McGrath). 

Tre libri che, ancora una volta, dimostrano come il genere giallo non solamente sia vitale ma i suoi autori sappiano utilizzare le varie tecniche della letteratura blasonata, o di genere, reinterpretandole secondo nuove modalità d’indagine (sociologica o psicologica che sia), dimostrando sempre più grande proprietà di mezzi e un’originalità decisamente autorale. 

Share with: