Esordio del teatro-carcere all’isola di Gorgona: ‘Ulisse o i colori della mente’

Chiara Migliorini (al centro) è la Maga Circe
Foto ©Laura Sestini – riproduzione vietata

Prima parte della trilogia Teatro del mare con la regia di Gianfranco Pedullà

di Laura Sestini

Arrivare a mettere piede sull’Isola di Gorgona è come riuscire nella materializzazione improvvisa di un miraggio.

La più piccola tra le isole dell’Arcipelago Toscano è infatti ad accesso limitato a causa della colonia penale istituita già dal 1869, e tuttora in piena attività. Nonostante ciò, da alcuni anni l’isola si è aperta a un turismo sostenibile – esclusivamente per i gruppi di trekking, che si cimentano nella scoperta dei suoi angoli più attraenti.

In rotta verso l’isola, per la quale si parte da Livorno, ma ancora abbastanza lontano dal piccolo porticciolo dove sbarcheranno circa 75 turisti, questa volta insieme a coloro che parteciperanno alla novità teatrale dei detenuti-attori, le guide ambientali a seguito dei gruppi di camminatori, e chi coordina i visitatori teatrali – addetti requisiranno i cellulari a tutti i presenti per evitare che questi scattino foto a soggetti o edifici sensibili, ossia propri delle attività penitenziarie, immagini che potrebbero poi finire sui vari social.

Infine, dopo poco più di un’ora di traversata, si giungerà su uno ‘scoglio’ di appena 2,23 km² – a circa 34 chilometri dalla costa – rigogliosamente verde, che affiora dalle acque cristalline in mezzo al Mar Ligure.

I gruppi, capeggiati dalle guide, si avviano per la ripida salita a curve che si affaccia su una piccola spiaggetta – dove, sorprendentemente, sono stese al sole alcune persone – per raggiungere il cuore della piccola comunità: un’ampia terrazza con le balaustre bianchissime che funge da agorà.

Dopo la prima curva, che già mette alla prova la capacità dei quadricipiti – sotto il sole delle 10 del mattino – con grigio stupore si nota un pacchetto di sigarette vuoto, che giace a terra lungo il percorso: una visione che pare impossibilmente vera, ma che si replicherà la sera, prima di risalire a bordo della motonave per il rientro, come cartaccia schiacciata dalle ruote di un qualche mezzo in dotazione al penitenziario.

Durante il cammino verso la terrazza, gli occhi curiosi possono frugare nei giardini di alcune abitazioni che rimangono più in basso – tra pergole d’uva e bouganville – per percepire un attimo di vita isolana di una domenica mattina di settembre: chi parla, chi stende i panni, chi legge seduto in relax su una lunga sedia a sdraio.

L’isola di Gorgona ha circa 70 residenti, ma solo una decina vive qui regolarmente, e altrettanti risultano i detenuti che lavorano la terra e allevano gli animali per guadagnare qualcosa da spedire a casa. Il progetto detentivo nell’isola prevede, infatti, una vita completamente libera rispetto ai comuni istituti di pena, con la coltivazione agricola di ortaggi e frutta, oltre a declivi terrazzati che, da qualche anno, producono anche un vino bianco per una nota azienda vinicola toscana.

Una chiesetta bianca svetta al bordo superiore del paese, più in alto rispetto alla piazzetta principale – la terrazza Belvedere – mentre un campo da calcetto sintetico, dove due bambini tirano calci a un pallone, si incastra tra i giardini delle case e lo spazio destinato al teatro – più in basso.

Mentre si attende lo spettacolo previsto per le 11. 00, dedicato al personaggio di Ulisse – eroe omerico ma anche figura contemporanea – tutti si mettono in coda allo ‘Spaccio’ per un caffè, intessendo nuove conoscenze e scambiando impressioni su questo gioiello di isola, dove la maggioranza dei presenti è in visita per la prima volta. Dello ‘Spaccio’ solo una cosa ci sfugge: perchè il caffè non ha lo stesso prezzo per tutti i visitatori, anche appartenenti allo stesso gruppo?

La giornata si fa calda – l’aria profuma di fiori di oleandro e di aromi che arrivano da qualche cucina non distante – cullata dalle musiche mediterranee-arabescate di Francesco Giorgi, che i musicisti stanno ripassando per la performance che, a breve, andrà in scena.

Gianfranco Pedullà – il regista – lo spiamo a distanza mentre impartisce le ultime direttive agli attori in fermento, ai quali oggi toccherà il compito di interpretare la parte di un Ulisse scomposto in più volti e atti, poiché l’interprete principale, scelto per la figura dell’eroe omerico – un giovane ragazzo africano di nome Kès – il giorno prima è stato rilasciato, avendo compiuto il suo percorso di riabilitazione, ed è stato trasferito subito in terraferma, per la riguadagnata libertà.

Ulisse o i colori della mente è un testo inedito, scritto dal regista e drammaturgo Gianfranco Pedullà, insieme ai partecipanti al laboratorio teatrale Il teatro del mare – iniziato un anno fa.
“È qualcosa che parla a tutti noi – spiega l’autore – in questo momento naufraghi di una civiltà. Uno spettacolo gioioso, ricco di culture, poesie corali, danze e musiche, composte ed eseguite dal vivo da Francesco Giorgi. Un testo da me molto amato, costruito con i detenuti/attori, tutti rigorosamente debuttanti, e che inaugura questa trilogia sul mare. È uno spettacolo che non parla solo del carcere ma di tutti, della nostra ricerca di un’isola, di una identità, di una casa accogliente“.

Pedullà sale le scale che lo separano dagli spettatori in attesa, sulla terrazza, per spiegare brevemente che il teatro in carcere è sempre in divenire, in estemporanea, imprevedibile, come il fatto che improvvisamente il personaggio principale si è dovuto assegnare un po’ a tutti, poiché non c’era più tempo, per un solo attore, di imparare l’intera parte, dopo la partenza di Kès.

Il regista, quindi, informa che ciò che andrà in scena sarà molto diverso dal debutto del giorno precedente, ma non per forza peggiore, e invita i presenti a scendere nell’area destinata allo spettacolo, sotto il sole ormai cocente, in un giardino privo d’ombra. Lo spettacolo va in parte ripensato e, quindi, si può definire come uno studio-prova aperto al pubblico, dove spesso Pedullà fermerà la scena, ripetendola lui stesso per farne meglio comprendere l’intensità, sia agli spettatori che ai teatranti.

Nonostante il sole perpendicolare e accecante di mezzogiorno, il pubblico rimane composto e attento, mentre gli attori accaldati ma impavidi cercano la padronanza della nuova parte assegnata.

Al termine dello spettacolo, mentre negli ultimi minuti di rappresentazione attori e spettatori si sposteranno in una nuova scenografia naturale – una scalinata che guarda il mare (il lavoro originale era stato pensato come itinerante ma, a causa del Covid-19, è poi rientrato nei ranghi scenici) – gli applausi saranno lunghi e scroscianti a conferma della soddisfazione del pubblico presente.

Foto ©Laura Sestini – riproduzione vietata

All’esibizione seguirà un incontro del pubblico con la Compagnia, alla quale sono poste numerose domande, tra le quali in cosa il laboratorio teatrale abbia migliorato la vita dei detenuti che vi hanno aderito. Le risposte di tre ospiti della casa di reclusione, di differenti età e provenienza, sono appassionate, e nel riassumerne i contenuti si può comprendere che il processo pedagogico proprio del teatro non si indirizza solo allo spettatore bensì, in questo caso, coglie nel segno soprattutto i detenuti-attori: “Io ero  molto chiuso – spiega un uomo sulla cinquantina – questo è stato un modo per rompere il ghiaccio”.

Un altro, dall’accento napoletano, informa che si sente meglio fisicamente da quando partecipa al laboratorio teatrale, mentre il più giovane dei tre – nordafricano – racconta che non sapeva che fosse così il teatro, perché non lo conosceva, ma è molto contento di partecipare perché l’arte attoriale apre maggiormente la visione della vita.

Quest’ultimo, poi, chiede di salutare il pubblico recitando una poesia che lui stesso ha composto e dedicato al figlio piccolo:

Figlio mio                                                                                                   

Aspettami che sto per arrivare

Non pensi mai che ti sto per abbandonare

Il mio cuore lo tolgo e te lo posso mandare

Anche così, ma niente sembra bastare

Ancora non so cosa sto ad aspettare

Per dirti che il mio cuore senza te sta a peggiorare

Amore di papà

Non voglio vederti pensare

Credo in te, non devi mollare

Perché prima o poi passa tutto questo dolore

La mia vita senza te non ha nessun valore

Mi sento come il sole senza colore

Ti chiedo di perdonarmi per favore

So che tu piano piano lo puoi capire

Sono tuo padre e non ti voglio tradire

Te lo prometto che alla grande va a finire

E a quel punto ci possiamo abbracciare

(Al detenuto – 25 anni – sguardo dolce e occhi lucidi, rimangono ancora due anni da scontare)

Il pubblico ringrazia calorosamente, gli occhi lucidi sono numerosi: lo scambio di sentimenti ed emozioni ha caratterizzato il punto più alto nei valori umani dell’intera visita teatrale all’isola di Gorgona.

Lo spettacolo è andato in scena all’Isola di Gorgona

domenica 6 settembre alle ore 11,00

Ulisse o i colori della mente

testo di Gianfranco Pedullà e i detenuti-attori del laboratorio teatrale

regia Gianfranco Pedullà

musiche originali di Francesco Giorgi

Il laboratorio è condotto da Gianfranco Pedullà, Francesco Giorgi e Chiara Migliorini all’interno del progetto Teatro in Carcere della Regione Toscana in collaborazione con la Casa di Reclusione di Gorgona

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