Eretici in tempo di coronavirus

Monumento a Giordano Bruno, Carrara – Foto Simona M. Frigerio

Effetti psicologici del lockdown


di Simona Maria Frigerio

In questi giorni un collega critico ha paragonato gli italiani ai Comuni. Ovviamente è toscano (e uso l’attribuzione regionale anche se, da sempre, nella mia regione d’azione, si è pisani, livornesi, fiorentini o lucchesi ma mai toscani) e ha utilizzato questa immagine in sé pregnante per mettere in parallelo l’egoismo politico dei tempi danteschi con quell’individualismo nostrano (Io speriamo che me la cavo) che ci porterebbe a non avere senso civico, nemmeno nell’attuale situazione. Ma siamo certi che sia proprio tutta colpa dell’italiano medio?

Alcuni decenni fa un motto compariva sui cancelli dei campi di concentramento, il tristemente noto Arbeit Macht Frei, ossia Il lavoro rende liberi. So che fare un paragone potrà sembrare blasfemo ma il Io resto a casa (motto/titolo dell’ultimo, in ordine di tempo – ma prima della pubblicazione di questo pezzo forse non sarà più così – decreto del Premier Conte) mi ha stranamente riportato alla mente l’aberrante “esortazione” del Nazismo e, anche, la succitata frase del collega. Perché?

Ovviamente non per ragioni ideologiche o affinità d’intenti, bensì per profonde motivazioni psicologiche. L’individualismo italico che avremmo ereditato delle faide tra Comuni (o peggio, tra le successive Signorie) e che ci porterebbe a goderci (magari in tutta sicurezza) un pomeriggio di sole ai Giardini Margherita di Bologna o sulle Mura di Lucca non potrebbe essere meno colpevole di produrre un presunto menefreghismo di alcuni verso le orwelliane misure di Conte, rispetto ad altre ragioni che forse non abbiamo indagato? Non potremmo essere, al contrario, di fronte a un’umanissima forma di resistenza proprio verso un’accettazione passiva e inconsapevole di una forma di egoismo “salvifico” che, ieri, ci avrebbe liberati dall’orrore di un regime spietato e, oggi – con tutte le migliori intenzioni – ci salverebbe da un virus? 

So che il paragone potrà apparire azzardato e che le premesse sono – e ribadisco sono – agli antipodi. Ma se persino il Premier si è affrettato a dire che vuole continuare a garantire le libertà civili e d’impresa (ovviamente sia le une che le altre ormai calpestate, nonostante le intenzioni onorevoli, se una coppia non può nemmeno sposarsi, andare a farsi un giro in montagna in solitaria, a meno di non vivere sul cucuzzolo, o acquistare un quaderno per i compiti dei bambini o un paio di calze, come in tempo di guerra), sorge spontaneo il dubbio che gli attuali mezzi di propaganda possano essere efficaci sia per costringere il singolo all’ubbidienza sia per portarlo a una visione del mondo il più egoistica e individualistica possibile (indipendentemente da ascendenze toscane o meno). 

Spieghiamoci meglio. Nei campi di concentramento i reclusi erano costretti a pensare ognuno per sé e le tecniche che venivano utilizzate per ottenere un tale risultato erano oltremodo raffinate: non si usava, infatti, solamente la violenza fisica ma anche la coercizione psicologica, forse persino più aberrante perché costringeva il prigioniero a cambiare il proprio modo di sentire e pensare prima ancora che agire. La delazione, il diventare un kapò, il mantenersi in salute magari arraffando cibo altrui, il sostenere la bontà degli aguzzini identificandosi con il proprio torturatore; pensare, in breve, che comportandosi “bene” ci si sarebbe salvati, come individui e mai come comunità, è stato forse uno tra i fattori che ha permesso l’infamia dell’Olocausto. Ora, nessuno vuole nemmeno lontanamente paragonare un campo di concentramento nazista con le abitazioni nelle quali 55 milioni di italiani sono rinchiusi. Ma alcuni meccanismi che innescano, stranamente, forme di egoismo (e individualismo) ben note (e che nulla hanno a che fare con due passi per strada o l’acquisto di un paio di mutande) hanno somiglianze urticanti.

Il primo è l’accento sul sé. Perché Io resto a casa e non Noi restiamo a casa? Ovviamente ognuno nella propria – ma in ogni casa possono esserci coppie, amici che condividono l’abitazione, famiglie con bambini, giovani e anziani. Eppure si preferisce utilizzare il pronome personale soggetto al singolare, quasi che – perfino all’interno delle mura domestiche – ognuno debba isolarsi e pensare per sé, salvandosi da solo.

Il secondo riguarda il rapporto con il cibo (proprio e altrui). E non pensiamo solamente alle razzie nei supermercati (che superficialmente rimandano a quei bunker antiatomici statunitensi degli anni della Guerra Fredda, corredati da scatolame e mezzi di sopravvivenza vari) quanto a un istintivo bisogno di restare in salute ed essere, quindi, nella condizione migliore per sopravvivere (oltre al legittimo timore, visto il continuo restringimento dei beni acquistabili, di restare oltre che senza quaderni anche senza bistecche).

Il terzo meccanismo riguarda i tempi: la progressione nel numero di libertà delle quali può essere privato un individuo. In effetti, in 17 regioni italiane si è passati – in soli due giorni – dal presunto ritorno alla quasi normalità alla chiusura totale di scuole, teatri e poi cinema – ossia a un azzeramento del mondo culturale, il primo (verrebbe da pensare) a dover essere messo a tacere se si vuole fiaccare la capacità di critica ma anche l’autoironia di un popolo. Una risata ci seppellirà? Non in tempi in cui si oscura Blob e persino attrici comiche famose in tv pubblicano tweet di condanna contro degli sciatori. Ossia si prestano, forse inconsapevolmente, a quella collettiva caccia agli untori, o semplicemente alla delazione di qualsiasi comportamento deviante (ossia non rigidamente nella norma), che aveva contraddistinto i tempi della peste manzoniana, ma anche i primi anni dell’Hiv/Aids (pandemia che, spiace ricordare, e nonostante nel Nord del mondo esistano cure in grado di cronicizzarla a lungo, solo nel 2018 ha falcidiato nel più assordante silenzio 780 mila persone a livello globale). 

Accento sull’io, delazione, azzeramento delle possibili voci fuori dal coro e dell’umorismo, istintivo bisogno di autoconservazione. Andiamo avanti. Una cosa è costringere le persone a non andare in alcuni luoghi (ovviamente per il loro bene, perché non si contagino) e un’altra rinchiuderle in casa propria. Ci vogliono passaggi progressivi e una propaganda martellante perché si rinunci perfino a fare una passeggiata con un’amica (tenendosi a debita distanza) o a prendere l’auto per portare bambini esausti da settimane d’inedia e clausura a fare un giro al mare (ovviamente da soli). Bisogna che l’esterno diventi un luogo ostile e che i nostri guardiani assumano le sembianze di angeli salvifici (Brecht, attraverso il personaggio di Galileo, non a caso scrisse: “Felice il Paese che non ha bisogno di eroi!”). Al loro giudizio affideremo le nostre vite e alle loro scelte ci arrenderemo nella nostra presunta impotenza. La nostra esistenza sembrerà dipendere da loro, e non oltre da noi stessi. Perché, altrimenti, accettare di rinchiudersi nell’individualismo più sfrenato quando, con una serie di comportamenti collettivi rispettosi, potremmo almeno ottenere una boccata d’aria? Ma se nelle nostre menti si è instillato il dubbio che il nostro peggior nemico è proprio il vicino di casa, l’amico, il compagno di scuola o il passante (anche lui/lei, come me, costretto ma irresponsabile), ecco che si può arrivare ad accettare misure persino più restrittive delle libertà personali (quelle che molti pretendono a gran voce e che giornali e politica non rifiutano a priori – e che forse alcuni politici europei ormai intravvedono come possibilità per inficiare elezioni sfavorevoli o far passare riforme pensionistiche non condivise dai propri elettori).

Forse domani ci risveglieremo in un mondo, dove l’unico contatto con l’esterno consentito sarà via chat – magari controllata (come capita in Cina, guarda caso); e gli accessi alle nostre abitazioni saranno subordinati a un badge (anche questo sta accadendo in Cina); dovremo subire una visita medica prima di entrare in ufficio o in fabbrica anche se l’epidemia sarà passata (idem come sopra); e saremo inseguiti da telecamere che verificano continuamente la nostra temperatura grazie al riconoscimento facciale (questo, forse, più alla lontana visto il costo dell’apparecchiatura, ma già in progetto laddove tutto ebbe inizio). 

Come diceva Eduardo: “Ha da passà ‘a nuttata”. 

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