La strage degli innocenti, da Giulio Regeni a Ibrahim Gökçek

La veglia funebre per Ibrahim Gökçek

Erdoğan e Al-Sisi, i moderni Erode del Mediterraneo

Non è un funerale qualunque quello che attraversa il quartiere popolare di Gazi, a Istanbul, durante la mattina dell’8 maggio appena trascorso, con un incontro di preghiera e una veglia funebre al centro Alevita (Cemevi). Le persone che stanno accompagnando la bara del defunto sono i parenti e gli amici di Ibrahim Gökçek, il bassista del Grup Yorum, deceduto dopo 323 giorni di digiuno ‘death fast’ – morte veloce – iniziato a maggio del 2019 come protesta non violenta contro la persecuzione politica e artistica perpetrata dal governo turco nei confronti di sei membri del numeroso gruppo musicale, al quale era stato vietato di esibirsi in pubblico e i cui componenti erano detenuti con l’accusa di appartenenza a un movimento politico considerato terrorista (rifacentesi a ideali comunisti) a causa dei testi delle loro canzoni che ricordano le lotte dei lavoratori o di popoli oppressi. 

Della stessa band, nel mese di aprile erano deceduti, a seguito della stessa modalità di digiuno death fast, anche la cantante Helin Bölek e Mustafa Koçak.

La polizia, come da copione per ogni morte e funerale scomodo in Turchia, ha fatto irruzione nel centro di preghiera Alevita, lanciato lacrimogeni, sparato proiettili di gomma e confiscato la salma del defunto, oltre ad arrestare una decina di persone, tra le quali risultano gli avvocati difensori del musicista e suo padre. Una repressione politica e culturale, quella turca, che rifiuta ogni legittimo diritto umano e civile – oltre all’offesa del culto religioso in atto, con vile oltraggio anche alla sacralità della morte – di uno Stato che vuole l’ultima parola pure nei momenti conclusivi – intimo-affettivi familiari – prima della sepoltura dei cari defunti.

Le morti di persone innocenti, che di fatto non hanno commesso nessun reato se non quello (agli occhi di taluni Paesi) di esprimere la libertà di parola, diritto sancito nella Dichiarazione dei Diritti Umani del 1948, nell’area mediterranea, non è una prerogativa esclusiva della Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, che marcia in testa a questo fronte, in tragica compagnia dell’Egitto del Presidente Abdel Fattah al-Sisi.

Dati forniti da Amnesty International

Arresti e detenzioni su base di accuse fasulle e di comodo contro oppositori politici, anche se solo giovani studenti quali Giulio Regeni, ritrovato a Il Cairo il 3 febbraio 2016 – dopo giorni durante i quali se ne erano perse le tracce – lungo una strada che portava fuori città, vicino a un istituto di detenzione dei servizi segreti egiziani, in condizioni devastanti a causa delle torture subite – tanto da essere riconosciuto dalla madre solamente attraverso la forma del naso, stranamente illeso.

Gli arresti sono spesso solo l’inizio di un percorso di tortura, frequente nelle carceri turche, così come in quelle egiziane – ma la lista includerebbe molti altri Paesi – che inizia già durante il periodo di attesa del processo che, in specifico, in Egitto può durare fino a un massimo di due anni.

Giulio Regeni, che si era recato in Egitto per alcune ricerche relative a un dottorato presso l’Università di Cambrigde, non ha ottenuto ancora giustizia – dopo quattro anni dalla morte – dimenticato dallo stesso Stato italiano, che prende per buone le risposte degli inquirenti egiziani pur di mantenere cordiali rapporti e garantire i propri interessi economici nel Paese nordafricano.

Tra gli ultimi inscritti alla lista di attesa per il processo giudiziario, c’è Patrick George Zaki, studente universitario italo-egiziano di Bologna, e attivista per i diritti umani, arrestato il 7 febbraio scorso al suo arrivo all’aeroporto de Il Cairo – e qui bendato e interrogato per 17 ore da agenti dell’Agenzia di sicurezza nazionale (NSA) – dove si recava per una vacanza. Da allora non si hanno più notizie certe del giovane – detenuto nel carcere di Tora – rifiutate persino ai suoi familiari. e del quale si conoscono solamente i brevi comunicati relativi ai rinvii delle udienze.

I Pubblici Ministeri di Mansoura hanno ordinato la detenzione preventiva di Patrick George Zaki per diffusione di notizie false, incitamento alla protesta e istigazione alla violenza e ai crimini terroristici.

Il carcere di Tora, dove sono rinchiusi i detenuti politici, è lo stesso dove è avvenuta anche la morte, il 2 maggio, di Shady Habash, 22 anni, regista del videoclip ‘Balaha’ (traduzione: dattero), con protagonista il musicista Ramy Essam – attualmente rifugiato in Svezia – che denunciava l’operato di al-Sisi durante il periodo della sua candidatura alle elezioni del 2018.

Come giustificazione del decesso, le autorità egiziane riportano il fatto che il giovane avrebbe bevuto per errore un liquido disinfettante, di cui misteriosamente si sono ritrovati dei flaconi vuoti nel bidone della spazzatura della sua cella, come testimoniato da altri detenuti.

Secondo la BBC sarebbero almeno 60 mila gli oppositori, attivisti e giornalisti invisi al regime di al-Sisi, numero che pone l’Egitto tra i Paesi con meno meno garanzie per libertà di parola al mondo.

Ciò che rimane oltremodo preoccupante, di fronte agli evidenti soprusi perpetrati nei confronti di chi non si conforma alle politiche dittatoriali in Turchia o in Egitto, violenze che occorrono a poche miglia marine di distanza dalla democratica Europa Unita, è proprio il silenzio delle istituzioni europee.

Trasmettiamo anche questa toccante lettera, di Ibrahim Gökçek, scritta pochi giorni prima della scomparsa, che può essere considerata il suo testamento etico, politico e artistico.

Dalla mia camera da letto, in una delle baraccopoli di Istanbul, guardo fuori dalla finestra il giardino. Uscendo, potevo vedere il Bosforo di Istanbul un po’ più lontano. Ma ora sono a letto e peso solo 40 chili. Le gambe non hanno più la forza di trasportare il mio corpo. Al momento, posso solo immaginare il Bosforo.
Sono sul palco, con la cinghia della chitarra attaccata al collo, quella con le stelle che mi piace di più…Di fronte a me, centinaia di migliaia di persone, con i pugni alzati, cantano “Bella Ciao”. La mia mano batte le corde della chitarra come se fosse la migliore del mondo…Le gambe sono forti… Potrei fare avanti e indietro da Istanbul.
Queste due affermazioni sono reali … Entrambe sono mie, sono la nostra realtà. Perché vivo in Turchia e faccio parte di un gruppo che produce musica politica. E così, la mia storia rappresenta la grande storia del mio Paese… Oggi sono passati 310 giorni da quando non mangio. Diciamo che “Mi esprimo per fame” o che “Mi hanno tolto il basso e per esprimermi uso il mio corpo come “strumento“.
Mi chiamo Ibrahim Gökçek …Per 15 anni ho suonato il basso nel “Grup Yorum”. Il Grup Yorum, creato 35 anni fa da 4 studenti, ha una storia a scacchi come quella della Turchia. Questa storia ci ha portato fino ad oggi ad uno sciopero fino alla morte per potere fare di nuovo concerti.
Una di noi, la mia cara compagna Helin Bölek, è morta il 3 aprile, il 288 ° giorno di sciopero della fame illimitato. Sono io che ho raccolto il testimone. Forse ti chiederai: “Perché i membri di un gruppo musicale fanno uno sciopero della fame fino alla morte? Perché preferiscono un mezzo di lotta tanto spaventoso come lo sciopero della fame illimitato? ”.
La nostra risposta è nella realtà bruciante che ha portato Helin a sacrificare la vita a 28 anni e che mi spinge a dissolvermi ogni giorno di più:
Siamo nati nelle lotte per i diritti e le libertà iniziate in Turchia dal 1980. Abbiamo pubblicato 23 album per riunire cultura popolare e pensiero socialista. 23 album venduti in totale per oltre 2 milioni di copie. Abbiamo cantato i diritti degli oppressi in Anatolia e in tutto il mondo. In questo paese, tutto ciò che vivevano coloro che combattevano per i loro diritti, gli oppositori, coloro che sognavano un paese libero e democratico e anche noi che cantavamo le loro canzoni, vivevamo le stesse cose: eravamo guardati a vista, imprigionati, i nostri concerti erano proibiti, la polizia ha invaso il nostro centro culturale e fracassato i nostri strumenti. E per la prima volta con l’Akp al governo della Turchia, siamo stati inseriti nella lista dei “ricercati terroristi”.
Questo è il motivo per cui oggi ho deciso, anche se ti sembrerà folle, di smettere di mangiare. Perché, nonostante la qualifica che mi è stata data, non mi sento assolutamente di essere un terrorista.
Il motivo per cui siamo stati inseriti in questo “elenco terroristico” è il seguente: nelle nostre canzoni parliamo di minatori costretti a lavorare sotto terra, di lavoratori assassinati da incidenti sul lavoro, di rivoluzionari uccisi sotto tortura, di abitanti dei villaggi il cui ambiente naturale viene distrutto, di intellettuali bruciati, di case distrutte nei quartieri popolari, dell’oppressione del popolo curdo e di quelli che resistono. Parlare di tutto ciò in Turchia è considerato “terrorismo”. Coloro da 30 anni pensano che non è più tempo di socialismo internazionalista e che un’arte come la nostra non abbia pubblico si sbagliano.
Abbiamo tenuto concerti che hanno raccolto il pubblico più vasto nella storia della Turchia e ospitato artisti provenienti anche da fuori della Turchia. Nello stadio Inönü di Istanbul, 55.000 spettatori hanno cantato all’unisono canzoni rivoluzionarie. Dal palco ho accompagnato con la chitarra un coro straordinario formato da 55.000 persone durante l’ultimo dei nostri concerti dal titolo “Turchia indipendente”, con ingresso gratuito: c’era quasi un milione di persone. Per 4 anni consecutivi, abbiamo invitato progressisti e artisti dalla Turchia sul nostro palco. In uno dei nostri concerti, Joan Baez è salita sul palco con una delle chitarre che la polizia ha distrutto nel nostro centro culturale.
Da sempre il Grup Yorum è da sempre stato vittima della repressione in Turchia. Ma dopo la proclamazione dello stato di emergenza dichiarato dall’Akp nel 2016 e la crescente repressione di tutte le categorie, giornalisti, progressisti, accademici, abbiamo capito che ci aspettava una repressione ancora più feroce. Una mattina, al risveglio, abbiamo scoperto che 6 di noi erano stati inseriti nella “lista dei terroristi”. Il mio nome era in questo elenco. Un chitarrista che 5 anni fa aveva partecipato a un concerto che aveva raccolto più di un milione di spettatori era diventato un terrorista ricercato e sulla sua testa era stata posta una taglia. L’Akp al governo, ad ogni crisi, intensifica le sue aggressioni e reprime fasce sempre più numerose della popolazione.
Dopo la pubblicazione di questo elenco, in due anni, il nostro centro culturale ha subito nove attacchi dalla polizia. Quasi tutti i nostri membri sono stati imprigionati e si è arrivati al punto che non ci sono più membri del Grup Yorum. Siamo stati obbligati ad assumere nuovi musicisti per continuare a esibirci nei concerti. Abbiamo dovuto organizzare concerti con i giovani dei nostri cori popolari. Nello stesso tempo, per contrastare gli attacchi, abbiamo rilasciato comunicati stampa e petizioni. Ma tutto ciò non ha fermato la repressione. 
Nel febbraio 2019, durante una riunione nel nostro centro culturale, sono stato arrestato e nel maggio 2019, abbiamo iniziato lo sciopero della fame per “fare revocare il divieto dei nostri concerti, fermare le aggressioni al nostro centro culturale, per fare rilasciare tutti i membri incarcerati del nostro gruppo e cancellare i processi avviati contro di loro e perché venissero cancellati i nostri nomi dall’elenco dei terroristi”. Successivamente, con Helin Bölek, abbiamo trasformato la nostra azione in uno sciopero della fame illimitato. Ciò significava che non avremmo rinunciato a questo sciopero della fame fino a quando le nostre richieste non fossero state accettate. Al prezzo, se necessario, della nostra stessa morte.
Durante i nostri processi, Helin e io fummo rilasciati, ma nonostante il diffondersi del sostegno popolare, di quello di artisti e di membri del Parlamento, il governo si è rifiutato di ascoltare le nostre richieste. Helin ai parlamentari che la visitarono disse: “Se ci prometteranno di permetterci di fare un concerto, interromperò lo sciopero della fame illimitato”. Ma anche questa promessa ci è stata negata. Di più: il governo ci ha impedito di organizzare il suo funerale secondo i desideri di Helin. Helin riposa in un cimitero di Istanbul, coperta da un lenzuolo bianco.
Ora la stanza accanto alla mia è vuota, quanto a me, che da qualche tempo vivo dentro un letto, non so come finirà il mio viaggio. La battaglia che si sta impegnando nel mio corpo si concluderà con la morte? Oppure con la vittoria della vita?
Quel che so con maggior forza in questa lotta, è che, fino alla soddisfazione delle nostre rivendicazioni, mi aggrapperò alla vita anche in questo cammino verso la morte.

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