Economia e sanità: i conti non tornano

Elicotteri per pattugliare parchi e litorali? Foto di Simona Maria Frigerio

Pillole di coronavirus: il lockdown fino al 3 maggio

di Simona Maria Frigerio

Come gli economisti hanno a più riprese affermato – ma anche il comune cittadino concorderebbe – se l’Europa non riparte, tutte le misure promesse saranno gocce nel mare di una recessione internazionale di dimensioni non preventivabili.

In Italia, però, la politica sembra non comprenderlo, proseguendo sulla sua strada di false certezze e troppi errori, invece di dare ascolto al Presidente della Confindustria Veneto, Enrico Carraro, che non chiedeva – con i colleghi di Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna – di riaprire, il 14 aprile, le imprese in base a priorità imposte dall’alto in maniera arbitraria (perché le cartolerie e non le gelaterie, verrebbe da chiedersi ascoltando il discorso del Premier Conte del 10) bensì di riaprirle tutte indistintamente, ma se messe in sicurezza. Perché nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di decidere se un settore sia indispensabile o meno, e quale imprenditore possa rischiare il fallimento, in uno Stato democratico di stampo capitalistico.

La proroga della chiusura fino al 3 maggio è, in effetti, un grande bluff. Mentre artigiani, negozianti, il mondo della cultura e dell’istruzione, pensionati e bambini, l’ospitalità e la ristorazione sono murati vivi (salvo nei casi di consegna a domicilio che, ovviamente, comportano un rischio di contagio – nella preparazione e nella consegna del cibo – quanto andare in un ristorante e sedersi a un metro o più dagli altri commensali), basta leggere la lista delle attività industriali aperte per capire che il virus continuerà a circolare – e a lungo. 

Se un nonno si suicida e un genitore non può portare il figlio a fare un giro in bici, mentre gli elicotteri e i droni sono sprecati nella sorveglianza di podisti e bagnanti (chissà come ci si potrà contagiare facendo un tuffo in mare), l’assurdità di questa dittatura della disinformazione, sempre più antidemocratica e volutamente sviante, comincia a diventare palese. Milioni di italiani infatti continuano a lavorare soprattutto nel settore metalmeccanico, ma anche estrattivo, alimentare e persino bellico – in barba alle regole imposte a chi è murato in casa, oltre che all’accento sui buoni sentimenti in palese contrasto con la produzione di bombe. E in spregio, verrebbe di aggiungere, a un Paese che si spaccia per essere crogiolo di arte e cultura ma ritiene essenziale il comparto bellico – e sicura una catena di montaggio – mentre valuta superfluo il mondo del teatro – e insicuro l’attore che provi su un palcoscenico. Per non dire che, proprio i settori culturale, turistico e la moda (i veri fiori all’occhiello dell’Italia e della nuova Milano da bere, volani di ricchezza) paiono l’ultimo dei pensieri del Premier e dei vari comitati e consiglieri che si stanno moltiplicando. Altrimenti perché la beffa di autorizzare la vendita di abbigliamento per bambini ma non per adulti?

Nessun maggiorenne potrebbe aver bisogno di mutande, calze o di un paio di scarpe per andare a lavorare sulla catena di montaggio o negli uffici dell’industria bellica? Tali palesi contraddizioni sono sinonimo di un’incompetenza che sembra nascere dalla poca dimestichezza della vita politica con quella reale. Sicuramente se avessimo armadi guardaroba zeppi di completi firmati, non ci porremmo il problema del divieto alla vendita di aghi e fili in alcune catene di supermercati. 

Se si guardano freddamente le cifre, del resto, si nota come tutte le regole imposte alla cittadinanza e contenute nel diktat #IoRestoaCasa (ormai in vigore da 5 settimane e l’Hubei, dopo sei, aveva risolto il problema), suonano sempre più distaccate dalla realtà dei fatti. Il totale dei positivi lombardi è, al 10 aprile, 56.048 con 10.238 morti (il 18,26% a fronte del 3% cinese); i piemontesi positivi sono 15.012 con 1.532 morti (il 10,21%) e gli emiliano-romagnoli 19.128 con 2.397 morti (il 12,53%). In Italia i positivi sono 147.577 con 18.849 morti (il 12,77%). In pratica, le tre regioni del nord hanno un totale di positivi che raggiunge le 90.188 unità con 14.167 morti – ossia, rispettivamente, il 61,1% e il 75,16% del totale nazionale. 

La Lombardia ha, quindi, il rapporto più elevato positivi/morti (quasi il 20% a fronte di un 12% nazionale) e le tre regioni settentrionali non solamente coprono il 60% della positività di tutto il Paese, ma vantano un dato che dovrebbe far riflettere perché la mortalità nelle tre regioni non è proporzionale (ossia un 60%) bensì raggiunge il 75% del totale nazionale – con un picco in Lombardia inaccettabile. 

Se le politiche presenti e future non tengono conto delle differenze regionali, non hanno senso – come non ne ebbe permettere ai lombardi di lasciare la regione l’8 marzo scorso, senza avere preventivamente fatto il test ai cittadini in partenza; o aver chiuso il centro-sud con la scusa dell’immigrazione dal nord bellamente provocata, quando con i metodi sudcoreani avremmo preservato larghe zone del Paese non solamente dall’epidemia ma soprattutto dal lockdown.

L’ultimo schiaffo all’immagine della Sanità lombarda – già ammaccata dal dato del 18% di mortalità succitato, dai contagi nelle Case di riposo, dalla mancanza di protezioni per gli operatori sanitari e dal richiamo dei medici pensionati – viene da un articolo pubblicato da Agi e firmato dalla collega Manuela D’Alessandro. La stessa racconta la storia di Giusy, una signora di 79 anni. Per il Pronto Soccorso di un ospedale lombardo era da accompagnare a morte certa con il supporto della morfina; al contrario, riportata a casa dalle figlie e curata dai suoi medici di riferimento con Plaquenil, antibiotico e maltodestrine, per bocca e senza bisogno di intubazione, la signora sta guarendo. Giusy sta recuperando salute e forze grazie alla perseveranza dei medici e all’amore delle figlie – quell’amore al quale vorrebbero sottrarci con il ricovero coatto dei pazienti in ospedale o in alloggi requisiti ad hoc, sostituendosi alle scelte dei pazienti e dei familiari in nome di un bene superiore, in questo caso la sicurezza sanitaria ma, in realtà, comportandosi come nelle peggiori dittature. 

Nonostante l’happy ending, fa specie che Alessandra, una delle figlie, denunci che altri tre anziani, nello stesso torno di tempo da loro trascorso al Pronto Soccorso, siano stati avviati a morte quasi certa con il ricovero e la sentenza “morfina al bisogno”. Caso isolato o indice di un sistema che non sa gestire le epidemie, in generale, e il Covid-19, in particolare? Di un sistema anche sanitario che ha fatto propria la retorica e le prassi di guerra, invece di mantenersi fedele alla cura e al rispetto dell’essere umano? 

E così, errore dopo errore, continuiamo a murare in casa una parte della cittadinanza, a disinformarla, a impanicarla, a mostrare sfiducia nei suoi confronti e a renderla nemica dell’altro da sé – vicino o migrante, entrambi pericolosi per il nostro distorto senso della sicurezza e del benessere. E inculchiamo l’idea subdola che sia lecito salire su una metropolitana per recarsi al supermercato ma non per fare un giro al museo.

Chiudo con le parole della filosofia, quella materia vituperata dal mondo scientifico e che, proprio di fronte ai limiti della scienza, si pone come pensiero critico lungimirante. Recentemente, il collega critico e filosofo Enrico Piergiacomi, mi ha suggerito di leggere un interessante articolo del professore Riccardo Manzotti, pubblicato da www.Leoniblog.it (al quale rimando per intero) e intitolato #IoStoaCasa: come la paura e la mancanza di ragione uccidono la libertà e la democrazia. Lì ho letto una frase che sintetizza perfettamente l’attuale situazione e che vi lascio come riflessione per le vacanze pasquali: “Accettare il diktat dello stare a casa senza ragione non è solo un rischio sanitario (il danno che tanti avranno da questa inutile clausura domestica). Ma soprattutto il fallimento del patto di ragione tra Stato e cittadino. Allo Stato non si chiede di spiegare le motivazioni razionali delle regole. Ai cittadini non si chiede di comportarsi responsabilmente. Ognuno viene meno ai suoi obblighi e ci si tratta con l’indulgenza tipica di persone immature. Il patto non è più basato sulla ragione e sul rispetto reciproco tra persona e istituzione, ma sull’interesse e la paura. E la superstizione ne è il naturale collante. #IoStoaCasa esprime il fallimento della libertà e della democrazia”.

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