Di cosa parliamo quando parliamo di Mes?

A noi scegliere la rotta – Foto di Simona Maria Frigerio

Vogliamo fare dell’Italia una novella Grecia?

di Simona Maria Frigerio

Parafrasando un libro culto di Raymond Carver, vogliamo entrare con i piedi nel piatto e sviscerare il meccanismo più pernicioso che, in un futuro prossimo, potrebbe sconvolgere le nostre vite ben più del coronavirus. Ossia il Meccanismo Europeo di Stabilità, prima invocato – vedasi dichiarazioni del 20 marzo: «Serve tutta la potenza di fuoco del Mes» – e poi paventato dallo stesso Premier Conte, altalenante e incerto come non mai.

La scelta, al momento, per finanziare la crisi economica che ci attende prossimamente grazie a quella serie di misure contraddittorie e farraginose che hanno contraddistinto la gestione dell’epidemia da coronavirus – affermazione che, visto il conto dei morti e dei casi gravi in Italia, risulta difficilmente confutabile – è tra Eurobond e Mes. Ma cosa sono in parole povere?

I cosiddetti coronabond
Gli Eurobond sono strumenti facilmente comprensibili, ossia titoli di Stato che sarebbero emessi congiuntamente dai Paesi dell’Unione Europea, i quali se ne farebbero garanti nel loro complesso, ottenendo così tassi d’interesse inferiori vista l’alta eligibilità degli stessi titoli. In altre parole, sarebbe facile contrattarli e venderli sui mercati internazionali anche grazie all’intervento di Paesi rilevanti come la Cina, in quanto garantiti da più Stati. Al contrario, il Mes rimane un oggetto sconosciuto, soprattutto perché ognuno tira la giacchetta dalla propria parte e nessuno sa fino a che punto le ricadute sul Paese – che chiedesse di attingere al Fondo – potrebbero incidere sul suo futuro.

Quale Europa?
Partiamo da un’amara considerazione: l’Europa è un mercato comune, dove si operano scambi di merci e capitali – e solamente in parte di lavoratori. Stop.
Gli obiettivi che si possono leggere anche sul sito della UE, ossia “promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi cittadini; offrire libertà, sicurezza e giustizia, senza frontiere interne; favorire lo sviluppo sostenibile basato su una crescita economica equilibrata…; lottare contro l’esclusione sociale, etc.” sono pura retorica.
Così come: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” – per chi ce l’ha; e “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” – e difatti noi siamo impegnati in missioni di “pace” dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Somalia al Mali fino al Niger.

Partendo da questa riflessione estremamente dolorosa vediamo cosa implicherebbe firmare un accordo per ricevere i fondi del Mes e perché Austria, Germania, Olanda (e Finlandia) premono per questa soluzione a fronte di nove Paesi che la rifiutano, ossia Francia, Spagna, Irlanda, Belgio, Italia (almeno al momento Conte sembra aver raggiunto questa posizione nel suo altalenare), Grecia, Portogallo, Lussemburgo e Slovenia. Nazioni che, rispetto alla popolazione, significherebbero una maggioranza soverchiante a livello numerico: ma si sa, l’Europa sembra governata come ai tempi della Rivoluzione francese e stiamo ancora accapigliandoci se votare per testa o per censo.

Il Mes e l’haircut: fattori da considerare e opzioni possibili
Il Meccanismo Europeo di Stabilità – al quale l’Italia, è bene ricordarlo, contribuisce per ben il 18% e, quindi, non con una quota marginale – prevede aiuti economici a un Paese in difficoltà a fronte di una chiamiamola “deroga” della sovranità nazionale in campo economico, ossia l’accettazione di un Memorandum d’Intesa (MoU) che implica tagli al deficit/debito e riforme strutturali.

Sulle seconde torneremo più avanti con il caso greco, ma prima spieghiamo cosa significhi taglio al deficit – ossia, in particolare, al debito dello Stato verso i creditori.
Su molti giornali si legge che il Mes non andrà a prelevare i risparmi dal conto corrente dei cittadini. Vero. Farà ben altro, ossia l’haircut. Il cosiddetto “taglio di capelli” è, in realtà, un dimezzamento del valore dei titoli di Stato data l’idea (molto tedesca) che se un cittadino investe in titoli di una nazione con i conti pubblici non in regola sa di rischiare come sul mercato azionario e, quindi, è giusto che sia penalizzato.
A prescindere dal fatto che l’Italia è sempre stata un Paese di risparmiatori e i titoli di Stato, proprio perché garantiscono il capitale e un minimo di interessi, sono stati utilizzati dagli italiani per conservare (più che rivalutare) i risparmi di una vita, le liquidazioni e magari qualche migliaio di euro per l’università dei figli o le spese dentistiche e, quindi, non per speculare, fa specie che non si considerino anche altri fattori e opzioni.

In primis, tra le opzioni, si potrebbe imporre a livello europeo (o, meglio, mondiale) una tassazione ad hoc, anche a tempo determinato per far fronte all’emergenza economica, sulle transazioni speculative – che, proprio di questi tempi, si stanno moltiplicando.

Il secondo fattore da tenere in considerazione sarebbe il venire meno della fiducia degli italiani nei confronti del sistema bancario con il rischio di vendite massicce di titoli – non solamente da parte dei singoli ma anche delle stesse banche, come accaduto in Grecia – e il conseguente depauperamento dello Stato emittente e le possibili speculazioni finanziarie che metterebbero il debito rimasto in poche mani – private o pubbliche.

Il terzo, invece, l’impoverimento generalizzato dei privati cittadini che, oltre a trovarsi in una congiuntura economica difficile – che potrebbe comportare la perdita del lavoro o, comunque, di parte del reddito – si ritroverebbero anche senza risparmi. In un Paese dove il bonus una tantum sarà di 600 Euro a fronte dei ventilati 9.000 Euro pro capite della Germania – giusto per fare un esempio della disparità di trattamento tra liberi professionisti nei due Paesi. E dove non esiste un vero sussidio di disoccupazione e gli uffici di collocamento (o per l’impiego: in Italia amiamo il restyling dei nomi senza modificare il contenuto) girano praticamente a vuoto. Questo grazie anche al fatto che i datori di lavoro non sono obbligati a rivolgersi agli stessi.

Il caso greco: il collasso
Pur non avendo usufruito del Mes ma di altri meccanismi, il Paese ellenico è un buon esempio di cosa ci aspetta se non terremo gli occhi ben aperti.
Nonostante si sapesse che i conti pubblici della Grecia, all’entrata nell’Euro, erano stati “alterati” – ma l’entrata nella moneta unica di Paesi dell’Europa meridionale a quel tempo poteva essere interessante per le esportazioni di Stati forti come la Germania, dato che evitava una rivalutazione eccessiva dello stesso Euro – nel 2010 le agenzie di rating sembrano risvegliarsi dal torpore e declassano i titoli greci, trasformando il debito pubblico in carta straccia.

Il crollo della Grecia, però, avrebbe esposto le banche tedesche e francesi che avevano investito pesantemente nei suoi titoli di Stato – operando come il cosiddetto privato cittadino un po’ beota, ossia dando fiducia a un Paese dell’Unione Europea per ben 30 miliardi le prime e 50 le seconde. Per far fronte a questa emergenza soprattutto finanziaria – ma anche economica, in quanto è con il debito pubblico che gli Stati finanziano l’amministrazione, la scuola e la sanità pubblica, le pensioni, etc. – si vara un pacchetto di salvataggio da 110 miliardi finanziato dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale per: «proteggere le banche tedesche, ma soprattutto francesi, dalla cancellazione del debito greco», come afferma il Presidente della Bundesbank, Otto Pohl.

Mentre le banche e il mondo dell’alta finanza (costituito dai milionari greci, i famosi armatori ma non solo) si mettono al sicuro, in Grecia la situazione peggiora, come prevedibile. Le condizioni capestro tanto amate dal Fondo Monetario Internazionale – e che hanno messo in ginocchio anche altri Paesi, quali l’Argentina – non aiutano, bensì deprimono l’economia reale. Si varano tagli alla spesa pubblica con licenziamenti di massa nei pubblici impieghi, decurtazioni pesanti delle pensioni, riduzione di quel sistema sanitario che, come vediamo in Italia in questi giorni, è stato ridimensionato in maniera inaccettabile anche nel nostro Paese.

Il secondo step: l’haircut
Senza dilungarmi troppo farò presente che la Grecia ebbe bisogno di un secondo aiuto e che il secondo aiuto fu accompagnato dall’haircut dei titoli di Stato – il cui valore fu dimezzato ma, a quel punto, furono soprattutto i privati cittadini a pagare coi propri risparmi dato che i “topi erano già fuggiti dalla barca che stava affondando”.

Le misure successive, ancor più draconiane, con una disoccupazione dilagante e i servizi sociali praticamente azzerati, oltre al peso del rimborso di una rata da 1,6 miliardi di Euro al Fondo Monetario Internazionale, portarono alla terza fase della crisi e al conseguente piano di “aiuti” che, nel 2018, può dire di aver raggiunto il brillante risultato di aver lasciato un terzo della popolazione greca in povertà e di aver diminuito complessivamente i redditi di un buon 30%.

Ciliegina sulla torta: la svendita del patrimonio dello Stato
Europa e FMI, nel 2011, valutavano in 50 miliardi la vendita dei beni pubblici greci. E qui occorrerebbe fare un inciso, ossia chiedersi se sia eticamente ma anche giuridicamente accettabile che il Governo di un Paese, soprattutto in difficoltà, possa vendere beni pubblici, ossia beni che appartengono a un popolo e ai suoi eredi e non a un’amministrazione. Così come se sia lecito che qualunque Paese o istituzione internazionale possa imporre quella che è, a tutti gli effetti, una forma di ricatto.

Da detta svendita – perché, come prevedibile, se si ha bisogno di liquidità saranno strozzini e sciacalli a farsi avanti – si sono recuperati, dati del 2017, solo 4,7 miliardi, ai quali si aggiungono (dati di InsideOver.com) 7 miliardi di offerte vincolanti e circa 2,7 miliardi di entrate per il 2018 relative a “progetti ancora in fase di completamento”.

Interessante scoprire che, ad esempio, la Germania (patria del rigore ma non dell’etica e immemore degli impegni costitutivi dell’Unione Europea succitati), attraverso la Compagnia Fraport, ossia la Frankfurt Airport Services Worldwide (per il 51,47% di proprietà pubblica), si sia aggiudicata per 40 anni il controllo di uno tra i settori chiave dell’economia greca, ossia gli aeroporti turistici regionali. Non tacciamo però anche le responsabilità dell’Italia o di altri Paesi in questa man bassa legalizzata. La Cina, ad esempio, grazie alla Cosco, ossia la China Ocean Shipping Company (di proprietà statale e che si occupa del trasporto di container per via marittima), vanta oggi il controllo del 67% del Porto del Pireo; mentre le nostre Ferrovie dello Stato hanno piazzato, ad esempio, le proprie Frecce sulla linea Atene/Salonicco.

Gli esiti del Mes in breve

Riepilogando. Taglio dello stato sociale, della sanità e della scuola pubblica, dei posti nella pubblica amministrazione, dei salari del settore pubblico, delle pensioni. Oltre alla svendita dei beni dello Stato e al dimezzamento dei risparmi dei cittadini precedentemente investiti in titoli del debito pubblico.
Questa la contropartita del Mes.
A voi decidere se sia peggio il coronavirus o la sua cura.




 



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