Dati e cifre: capire la pandemia aldilà della retorica

Lucca 6/4/20 ore 12.00, il Deserto dei Tartari. Foto di Simona Maria Frigerio

Pillole di coronavirus

di Simona Maria Frigerio

Il diktat finora è stato non infastidire il manovratore. Ma dopo un mese di lockdown e oltre due dalle prime misure di contenimento del coronavirus in Italia, è ora di cominciare a tirare le somme – sebbene parziali – su cosa stia succedendo nel nostro Paese e nel resto d’Europa. Non solamente per comprendere in quale direzione andare nell’immediato, ossia la cosiddetta Fase 2 della riapertura parziale delle attività, ma soprattutto in un futuro, si spera lontano, in cui dovessimo nuovamente confrontarci con un’epidemia virale di genere influenzale.

Abbiamo cominciato con il consultare i dati di https://www.euromomo.eu/, il progetto europeo di monitoraggio settimanale della mortalità teso a registrare le possibili minacce provenienti da epidemie, eccessivo innalzamento o abbassamento delle temperature e fughe di agenti chimici o biologici dannosi alla salute. Dati, quindi, ufficiali e verificati per i Paesi europei.

Ciò che colpisce al 7 di aprile – e che rende critico, viste le sue recenti dichiarazioni, anche Gerd Bosbach, professore di statistica, matematica e ricerca empirica economica e sociale presso l’Università di Scienze Applicate di Coblenza – è che la curva della mortalità generale in Europa nel mese di marzo, rispetto a quella dell’anno scorso, è più o meno uguale o leggermente più bassa persino nella fascia considerata maggiormente a rischio per il Covid-19, ossia gli ultra sessantacinquenni.

Se poi si analizza il dato Paese per Paese, si noterà come, nonostante alcuni Stati – Italia, Spagna, Svizzera, Belgio e UK – abbiano una mortalità più alta tra l’undicesima/dodicesima e la tredicesima settimana del 2020 rispetto al periodo invernale del 2019 (quando si registrarono i picchi dei comuni ceppi influenzali), negli altri Stati europei non si riscontra nulla di tutto ciò.

Fa ancora più specie che, se si confrontano i dati sulla mortalità di questo scorcio di marzo con quelli dell’inverno del 2017/2018 o del precedente, ossia del 2016/2017 (dato che l’influenza solitamente copre un periodo di cinque mesi), i picchi di mortalità anche nei Paesi maggiormente colpiti dal coronavirus, come lo UK, non raggiungono quelli né di due né di tre anni fa. Stesso discorso per la Svizzera, per la Spagna e per il Belgio.

L’Italia, unica in questa graduatoria negativa (e, a questo punto, bisognerà davvero cominciare a domandarsi quali e quanti errori siano stati commessi), raggiunge nel marzo 2020 il picco di mortalità dell’inverno tra il 2016 e il 2017. Non a caso, secondo i dati dell’Istituto Superiore della Sanità italiano, i decessi di ultra sessantacinquenni, quell’anno, erano aumentati del 15% rispetto alle attese – ossia erano morte circa 15/20 mila persone in più a livello nazionale – e il record negativo si era registrato a gennaio 2017 con un +42% rispetto ai decessi preventivati.

A questo punto c’è da chiedersi perché allora non vi fu tanto allarme e cosa motivi oggi i governi europei a seguire la scia italiana sull’onda del lockdown.



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