Da Shakespeare a Giacomo Verde

Marco Brinzi (foto gentilmente fornita dall’artista, vietata la riproduzione)

Due conferenze-spettacolo per scoprire il lato meno noto di due uomini di teatro

di Simona Maria Frigerio e Luciano Uggè

Lucca, venerdì 11 settembre, Biblioteca Civica Agorà.
Nell’ampio Chiostro una quarantina di persone, tra le quali molte giovani (liceali e universitarie forse stanche delle lezioni online), si sono riunite per ascoltare la conferenza-reading di e con Marco Brinzi, dedicata ai Sonetti di William Shakespeare. Si inizia con un interessante preambolo dedicato alla vita (di cui ben poco si sa) e al lavoro, come attore e drammaturgo, del Bardo. Benché oggi ‘classico immortale’, ai suoi tempi fu autore di botteghino – dato che il suo teatro, il Globe, mirava al sold out e poteva accogliere fino a tremila persone, di cui la gran parte popolani (e, tra questi, molte donne), che pagavano il biglietto di un penny per restare in piedi, e due da seduti. Incredibile, oggi, pensare che in tempi in cui l’istruzione era un privilegio, migliaia di lavoratori andassero a teatro o, più semplicemente, apprezzassero il bello; mentre nei nostri tempi sempre più incerti ma, sulla carta, acculturati, laureati e diplomati passano le serate sui social o davanti alla tivù.
Tornando a Shakespeare, si può dire che fosse un drammaturgo giustamente attento alla scena, che poteva compiacere la Regina Elisabetta (quando la sua Compagnia, The Lord Chamberlain’s Men, era chiamata a corte) con i suoi pedanti drammi storici – escludendo il Riccardo III, tuttora rappresentato – attinti vampirescamente alle Cronache di Holinshed a fini encomiastici. Ma, soprattutto, era capace di catturare il pubblico puntando sul gusto truculento in voga, tipico della tragedia elisabettiana – e pensiamo, ad esempio, al Macbeth – o della tragedia di vendetta – il cui apice sarà Tito Andronico. Dallo splatter pre-real crime alle risate il passo era breve per la penna veloce di William che scriveva direttamente le parti, da consegnare agli attori. E forse non sarà un caso che tuttora le sue commedie, da Sogno di una notte di mezza estate a Come vi piace, incantino le platee perché, in fondo: “Tutto il mondo è un palcoscenico, e tutti gli uomini e le donne solamente degli attori. Essi hanno le loro uscite e le loro entrate” e, sappiamo, per tutti, alla fine, calerà il sipario. Per il Bardo, in particolare, calò quando anche i gusti, soprattutto di corte, cambiarono: Giacomo I° Stuart amava i masque ma il nostro autore meno – e con La Tempesta scrisse anche il suo addio alle scene, abdicando alla penna come Prospero fece con la sua bacchetta. Qualche collaborazione e poi il buen retiro nel paesello natio.
Detto questo, la conferenza si concentra sulla produzione poetica di Shakespeare, su quei Sonetti poco noti in Italia e, però, molto amati nei Paesi di lingua inglese; e su quella dedica dell’edizione originale, misteriosa quanto il senso delle quartine che la seguiranno, e che ha ispirato persino Oscar Wilde, il quale – per spiegarla – scrisse addirittura un racconto, Il ritratto di Mr. W. H. (lui che con i ‘ritratti’ fece e disfece le proprie fortune).
Amor platonico e lussuria, la caducità della bellezza, il tempo e la ‘nera’ mietitrice – così simile, nella sua ineluttabile voglia e capacità di attrarre a sé, a quella dark lady, che molti esegeti hanno identificato con una non precisata passione carnale del Bardo, ma forse metaforica personificazione della stessa morte, che il poeta cominciò, a un certo punto della propria esistenza, a corteggiare, a concupire, attratto e respinto dallo scorrere degli anni, e che gli preferì il giovane biondo – insieme amato/amante e simbolo di bellezza/gioventù – strappandolo infine, fisicamente, non solo a Shakespeare ma forse al mondo.
Al termine, alcune di quelle quartine che restano tra le pagine più elusive della letteratura poetica occidentale. Note di bellezza sotto un cielo stellato.


Giacomo Verde con Sandro Berti e il telo da cantastorie donato dal figlio Tommaso a Giallo Mare Minimal Teatro (foto gentilmente fornita dalla famiglia, vietata la riproduzione)

Castiglioncello (Livorno), domenica 13 settembre, Anfiteatro di Castello Pasquini.
In scena la veglia laica dedicata a Giacomo Verde, con testimonianze in presenza di Gianfranco Martinelli, Tommaso Verde e Giuliano Scabia e, in video, di artisti italiani e stranieri. Artisti che testimoniano frammenti d’affetto e, a tratti, ricordi di collaborazioni ed esperienze passate.
Sul palco anche alcuni oggetti: è il figlio di Verde, Tommaso, ad aprire la scatola dei ricordi, che contiene, tra gli altri, il Piccolo Diario dei Malanni – dal quale Scabia trae alcuni pensieri in cui Giacomo si confronta con il cancro, la malattia che ha segnato gli ultimi anni della sua vita. Tommaso – che ha scritto il testo della veglia – si ritaglia un frammento nel quale condivide con gli astanti la consapevolezza che la conoscenza che un figlio, qualsiasi figlio, può avere del proprio padre è sempre limitata.
Segue una serie di video di Giacomo Verde nelle sue molteplici vesti, di attore di strada, di autore di teatro per ragazzi, di sperimentatore della videoarte a teatro, con l’ausilio di piccoli oggetti e una tecnica ancora rudimentale ma poeticamente efficace – ben prima che la multimedialità diventasse à la page. Gianfranco Martinelli e Renzo Boldrini ricordano alcuni passaggi di vita e lavoro di Verde, utilizzando un’autobiografia – scritta da quest’ultimo con quel tocco di scanzonata autoironia che traspare in tanti suoi lavori – ma anche le collaborazioni condivise, con foto d’epoca, pagine di giornali e tanti ricordi personali.
A tutti i presenti è donata anche la riproduzione di uno tra gli ultimi piccoli diari di Verde perché portino con sé un ultimo frammento dada, nato dalla fantasia di un artista che – in epoca di roboante grandeur – riusciva a scoprire la stella a cinque punte nel taglio di una mela, l’universo in un guscio di noce.

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