Cura Italia: sostegno ai lavoratori inadeguato e non inclusivo

Foto di Laura Sestini – @riproduzione vietata

Nuove povertà in vista, decretate per legge, con un progetto raffazzonato e molte incertezze.

di Laura Sestini

Partite Iva, lavoratori autonomi, dello spettacolo e del turismo, insieme ai lavoratori agricoli e bonus baby-sitting saranno le prime categorie a poter accedere al portale Inps per beneficiare degli incentivi economici previsti dal Governo con il DPCM del 18 marzo scorso, meglio conosciuto come decreto Cura Italia.

Un’indennità di € 600 – prima una tantum, adesso non si sa – non tassabile, a sostegno delle mancate entrate economiche a seguito della costrizione domestica obbligatoria per il contenimento della pandemia diffusa dall’ormai celebre Covid-19 e la chiusura della maggioranza delle attività economiche italiche – industria bellica, cibo, trasporti, tecnologia per la comunicazione e quelle a supporto del comparto sanitario escluse, perché ritenute necessarie. 

Con i primi comunicati l’Inps informa che da mercoledì 1 aprile – sorriso ironico obbligatorio – sarà possibile l’inserimento delle domande, per le quali saranno coinvolti circa 5 milioni di lavoratori da nord a sud dello stivale, con un iter semplificato e specifico per l’emergenza sanitaria, esclusivamente telematico.

<< Con il decreto Cura Italia siamo chiamati a dover gestire una situazione di emergenza in tempi molto stretti e un bel po’ di miliardi di euro >> dichiarava qualche giorno fa il presidente dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale Pasquale Tridico, mentre in un precedente video aveva sostenuto che soldi per tutti non ci sarebbero stati, smentito a tempo record dal Ministero del Tesoro che ha confermato liquidità e pensioni garantite.

Istituzioni e enti in affanno, con difficoltà di comunicazione univoca e rassicurante, interna tra comparti istituzionali e esterna verso i cittadini.

A essere magnanimi il DPCM Cura Italia si può definire un decreto tampone ma che, oltre a non essere sufficiente per la vita corrente, dati i sostegni economici previsti, non riesce neanche a identificare il virus-nuovepovertà – stress economico valido per molti italiani – che si espanderà a breve e che avrà bisogno di un tempo molto più lungo per essere annientato, sempreché nel frattempo non si sia dichiarato il fallimento della propria attività lavorativa.

Ovviamente non possiamo far finta di non sapere che l’Italia sia un paese sempre in bilico con i bilanci e indebitato con l’Europa; pertanto, decisioni UE permettendo tra MES (misure economiche di stabilità) e bond-emergenza, che sembrano argomenti solo di sottofondo e comunque ancora in trattativa, non abbiamo molte risorse dove attingere.

Intanto, mentre in sordina si allude a un nuovo decreto economico – per il 4 aprile – di 50 miliardi, sono appena stati decretati 400 milioni in anticipo ai Comuni per tamponare (Ndr – un verbo che ci ricorderemo per molto tempo unito al tampone sanitario, soggetto o oggetto,  al quale avrebbero dovuto essere sottoposti a tappeto i cittadini per verificare la positività al Covid-19, specialmente nelle regioni più colpite del Nord) le necessità alimentari a famiglie indigenti.

Senza volgere alla polemica e all’attacco squinternato in momenti così difficili, ci affidiamo piuttosto al semplice due+due matematico con un paio di esempi.

Prendiamo a modello un artigiano autonomo al quale verrà elargito il bonus da € 600, che possa valutare il blocco del mutuo prima casa fino a 18 mesi e usufruire anche dello sconto, sul credito d’imposta, previsto del 60% sull’affitto del luogo di lavoro (che scenderà a € 260 su un affitto abituale di € 650, importo a caso): con i rimanenti € 340 come potrà vivere questo cittadino nel mese di aprile? I bonus saranno liquidati entro fine aprile, qualora la domanda risulti accettata. E come ha vissuto queste tre settimane di marzo a distanziamento sociale?

Supponiamo adesso che lo stesso lavoratore sia già riuscito a saldare definitivamente il prestito per la prima casa e abbia azzardato a accenderne un altro per acquisire un fondo commerciale di pochi metri quadri dove svolgere la sua attività, e parallelamente per evitare di consumare i propri guadagni (sempre al limite minimo necessario per molte categorie) in un affitto a fondo perduto. Ecco che qui casca subito l’asino e arrivano davvero le difficoltà: questo stesso lavoratore può usufruire del blocco del mutuo solo fino al 30 settembre – come se il luogo dove lavorare non fosse indispensabile alla sopravvivenza quotidiana – e il debito poi dilazionabile nei mesi successivi. Se poi questo soggetto avesse anche una famiglia – ma in fondo anche se single – e fosse l’unico a lavorare, la questione si complicherebbe ulteriormente. Il bonus elargito non risulta adeguato ai reali bisogni causati dall’emergenza, in quasi tutte le variabili.

Forniamo un altro esempio, volutamente al limite, di un giovane giornalista che da un anno si fosse iscritto all’Inpgi, la cassa previdenziale privata degli iscritti all’Ordine, dalla quale dovrebbe attingere al bonus – sempre di € 600 – con decreto fortunatamente firmato ieri dalle parti, Governo e Ente, dopo diversi tira e molla. Il provvedimento prevede che al lavoratore dell’informazione venga riconosciuta l’indennità se nell’anno d’imposta 2018 avrà percepito un reddito non superiore ai € 35.000. Ora, a parte il fatto che a meno che non sia un fenomeno, questi redditi se li sogna e si sentirà un miracolato se arriva a € 7/8000 annui, di fatto rimane escluso dalla trattazione, fino a che non si troverà una soluzione specifica per chi rimane fuori da tutti i provvedimenti di sostegno sociale fin qui adottati.

E se finora abbiamo preso in considerazione i lavoratori regolari, indipendentemente dai vincoli di categoria, non possiamo lasciar fuori tutta la fascia dei lavoratori, irregolari – a nero – stimati dall’Istat in 3,7 milioni. Non pare che ci fossero già molti disagi, ancor prima dell’emergenza sanitaria da Covid-19?

La verità, nuda e cruda, è che i giorni, i mesi persi di lavoro non torneranno mai più: l’anno solare e fiscale conta dodici mesi e se due/tre di questi vengono consumati inermi in quarantena significa che ogni lavoratore avrà un mancato guadagno di un quarto di questo arco temporale, che in molti casi lo farà affondare in debiti che farà fatica a estinguere in futuro. 

Quindi cosa ci resterà dopo la lunga quarantena intimata dai numerosi, sequenziali e frettolosi decreti governativi, collegati a altrettanti modelli di autocertificazione, ormai da collezione?

Per certo tutti avremo i capelli più bianchi, non a causa della chiusura dei creativi coiffeurs nazionali e delle loro lussureggianti tinture, soprattutto dalle lunghe giornate folte – come le criniere ormai ingrigite – di pensieri e ansie volte a una povertà sempre più in agguato per milioni di lavoratori – e insieme l’Italia tutta – che le istituzioni sembrano non aver compreso fino in fondo.

E in tutta questa incertezza, chissà per quale sinapsi la memoria personale ha fatto emergere un brano di Edoardo Bennato, tratto dall’album I buoni e i cattivi e titolato In fila per tre: sotto troverete il link, ascoltatelo, magari farà venire in mente qualcosa anche a voi.

Tags: #dpcm #curaitalia #economia #sostegnosociale #covid-19

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