Cuba: l’isola che resiste

La Havana – Foto di Simona Maria Frigerio

C’è chi esporta armi, come l’Italia, e chi medici

di Simona Maria Frigerio e Luciano Uggè

L’11 dicembre del 1964 Ernesto Guevara, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ripeteva la richiesta per la “Cessazione del blocco economico e di tutte le misure di pressione commerciale ed economica che gli Stati Uniti applicano in tutte le parti del mondo contro il nostro Paese”.

Oltre mezzo secolo dopo, non sono gli States né l’Europa che inviano i loro medici in Italia durante l’emergenza da coronavirus, bensì Cuba – quell’isola delle Antille che dimostra ancora una volta cosa significhino termini quali internazionalismo e solidarietà socialista. 

Senza voler sventolare bandiere, ci atterremo ancora una volta ai dati. A Cuba ci sono 9 medici ogni 1000 abitanti, in Italia 4 (e, nel resto dell’opulenta Europa, Germania a parte, va anche peggio). L’aspettativa di vita è di 81 anni per le donne e 76,9 per gli uomini, ossia similare all’Italia – che raggiunge gli 82,9 anni per le donne e i 76,7 per gli uomini. Nonostante il bloqueo continui a imperversare con il solo scopo di imporre la visione capitalista e liberista a stelle e strisce (con buona pace per il rispetto del diritto all’autodeterminazione dei popoli, che dovrebbe essere alla base di ogni democrazia) è ormai chiaro che il Paese caraibico si sia dimostrato una punta di diamante nel contenimento e nella cura dell’epidemia da Covid-19. 

Sempre dati alla mano (https://www.worldometers.info del 21 maggio), mentre l’Italia, su circa 60 milioni di abitanti, è arrivata a 229.658 casi (ossia lo 0,38%, nonostante il lockdown forse più severo al mondo), con 32.616 decessi (14,2% circa) e 136.720 guariti (solamente il 59% circa nonostante la data di inizio ufficiale dell’epidemia sia fissata all’8 marzo); negli Stati Uniti su 328 milioni circa di abitanti si sono registrati 1.627.874 casi (lo 0,49%), 96.710 decessi (il 5,94%) e 383.743 guariti (il 23,57% tenendo conto anche che l’aumento dei casi attivi si è avuto intorno al 20 marzo).

A Cuba, su circa 11 milioni di abitanti, i casi non sono arrivati a 1.908 (lo 0,017%), i morti sono 80 (il 4,2%) e i guariti 1.631 (l’85% circa tenendo conto che la curva epidemica ha iniziato ad alzarsi tra il 22 e il 25 marzo), a riprova anche dell’efficacia delle cure prodotte sull’isola che si conferma in ottima salute anche dal punto di vista della ricerca biomedica. Ma se facciamo un paragone con un’altra isola caraibica e con popolazione similare, come la Repubblica Domenicana, notiamo che su circa 10 milioni 630 mila, ci sono stati 13.989 casi (lo 0,13%) con 456 morti (3,26%) e 7.572 guariti (solamente il 54% nonostante il medesimo inizio epidemico di Cuba).

Forse i magri guadagni delle sue Brigate mediche – come alcuni esimi colleghi giornalisti hanno fatto notare – andranno anche in gran parte nelle Casse statali e tali introiti avranno sicuramente un peso rilevante sul bilancio cubano. Ma, a nostro parere, esportare cure e non armi dovrebbe essere considerato un vanto e non un demerito; mentre una tassazione sui guadagni che renda accessibili all’intera popolazione servizi sociali indispensabili come educazione e sanità, non ci pare una pecca del sistema. Al contrario. La forsennato detassazione, soprattutto dei più ricchi, negli States, li ha condotti ad avere uno Stato che non solamente non riesce a garantire sanità ed educazione ai propri cittadini, ma che ha gonfiato talmente i costi dell’apparato medico-farmaceutico che un paziente affetto da Covid-19 (tenendo presente che sono 27 milioni gli statunitensi senza alcuna assicurazione) può dover pagare di tasca propria dai 35 mila dollari (https://time.com/5806312/coronavirus-treatment-cost/) ai 75 mila dollari (https://www.cnbc.com/2020/04/01/covid-19-hospital-bills-could-cost-uninsured-americans-up-to-75000.html).  Il 25 maggio medici e infermieri cubani lasceranno l’Italia. E speriamo che, questa volta, oltre alla retorica dei ringraziamenti, il nostro Paese e il nostro Ministro degli Esteri si attivino nelle sedi europee e Onu perché ai cubani sia dato modo di vivere come vogliono, liberandosi dalla morsa del ricatto economico Usa operato attraverso le sanzioni che, mezzo secolo dopo, non sono ancora riuscite a piegare la volontà e l’orgoglio di un popolo.

A loro, un racconto nato visitando, anni fa, La Habana.

Ernesto Che Guevara – Royalty Free (https://pixabay.com/it)

Fidel 1/Matteo Renzi 0

di Simona Maria Frigerio

Ya ha sonado la hora postrera del colonialismo y millones de habitantes de Africa, Asia y América Latina se levantan al encuentro de una nueva vida.

Cuba sinuosa notte profumata mi accoglie infradiciandomi la camicetta inamidata dal gelo artico di tredici ore di volo. Mi guardo schifata il sudore appiccicare il cotone alla pelle, mentre un sole abbagliante mi acceca. Perché diavolo mi sono fatta convincere a fare questo viaggio? Dove avrò messo gli occhiali da sole? Ma, soprattutto, mi sarò ricordata di portarli dietro nonostante il cielo uggioso che mi ha accompagnata all’aeroporto? Le domande a me stessa si fanno incalzanti come quelle dell’agente all’immigrazione. Perché mai sono venuta a Cuba? Per turismo, ovvio. Mica posso rispondergli che esco da un divorzio e che le mie amiche, invece di farmi il regalo di nozze, hanno festeggiato con un pacchetto all inclusive il mio essere “libera di stato”! Che chissà poi cosa vorrà dire. Che lo Stato garantisce libertà solo ai divorziati? O che lo stato di divorziato equivale a essere liberi? Nel primo caso, gli altri cittadini italiani dovrebbero cominciare a preoccuparsi di vivere in una forma di dittatura più subdola del governo tecnico. Nel secondo, dovrei sentirmi come Tim Robbins quando alla fine evade di prigione e non come Morgan Freeman che farebbe di tutto per ritornarvi…

Esco dall’aeroporto e mi infilo in un taxi. Con i miei rudimenti di spagnolo non vado più lontana del «¡Buenos días!». Per fortuna ho il cartaceo della prenotazione con l’indirizzo esatto dell’hotel, la tassista sorride e ammicca. Io butto il capo all’indietro ed evito di pensare alla camicetta fradicia che si sta attaccando alla pelle sgualcita del sedile. E intanto lei accompagna il mio dormiveglia facendomi da Cicerone, sebbene non mi segnali monumenti, statue o palazzi, bensì la scuola dove studia suo figlio, l’ospedale dove le hanno sistemato la spalla, l’università dove insegna il fratello – sembra la proloco comunista.

Dopo qualche minuto la tentazione vince sul jet lag e riapro gli occhi. Ma quello che noto va aldilà del profluvio di parole della compagna al volante, e degli stereotipi da cartolina. Cuba femmina folle e multicolore; Cuba mujer coloniale un po’ decaduta eppure seducente come il profondo Sud di Faulkner; Cuba umida e calda come il sesso che traspira da ogni angolo di strada – curva/corpo/respiro – sorride allegra nell’ora del mezzogiorno, quando ombra e luce, come le sue due anime – pasionaria e politica – si stagliano nette sotto un cielo di un azzurro disneyano (anticomunismo Us permettendo). Mi guardo intorno e mi scopro a sorridere senza sapere il perché.

Cambio idea e chiedo alla tassista di farmi il favore di portare il mio trolley in hotel e di lasciarmi lì, a Habana Vieja: ho solo due giorni per visitare la città prima del volo per Cayo Coco (tipico delle mie amiche scegliere un pacchetto con due giorni a La Habana e cinque in un insulso resort bordo mare). La tassista sorride complice, felice che apprezzi quello che mi circonda e, mentre intasca il compenso sul quale ci siamo messe d’accordo (io, sperando che la mia valigia arrivi davvero a destinazione; lei, forse, pensando che sono davvero un’allocca), mi dice di andare subito al Museo de la Ciudad se mi interessa lo stile coloniale. Accenno di sì col capo e la saluto – mi immagino con il fazzoletto bianco dare l’addio alla mia valigia – con il pareo che mi ha prestato la vicina di casa e i sandali nuovi che mi chiedo perché mai mi sia portata dietro, invece di un semplice paio di infradito di gomma.

Il caldo canicolare si fa sentire e l’ombra pare un miraggio perfino nelle viuzze più strette, tra stucchi scrostati, bianchi moreschi, colori pastello slavati dal sole e schizzati di fango essiccato. Quando arrivo a Plaza de Armas, però, rido: i pavoni nel cortile del museo fanno tanto cubano. Come si può prendere sul serio secoli di oppressione e una rivoluzione che si ostina a non cedere le armi al capitalismo, guardando questi uccelli tronfi delle loro code – come ricchi gringos dal ciuffo arancione – razzolare intorno alla statua di Cristoforo Colombo?

Scelgo la visita guidata ed ecco che compare un quarantenne evidentemente creolo, con gli occhi cerulei e i capelli biondastri rasati. Mi domando perché non mi sia capitato un bel ragazzo con la pelle e gli occhi d’ebano (come mi avevano promesso le amiche). Esteban – così m’informa di chiamarsi – mischia piacevolmente lo spagnolo con l’inglese, e il passato con il presente. Ieri hanno sepolto il líder máximo, era il 4 dicembre. Ieri ho votato per il referendum in Italia: chissà com’è andata.

La sua voce è calda e sensuale come Cuba. Sembra uno stereotipo eppure quell’ammiccare trasuda sesso ma con gentilezza – lontano dall’arroganza machista, lontanissimo dalla protervia mascolina mediterranea. Un flirtare che è gioco da adulti eppure ingenuo. Un gioco non inibito anziché disinibito. Quasi un playing – un fascinare l’altro da sé, indipendentemente dal genere di appartenenza, perché la bellezza è nell’occhio di chi guarda. Mi scopro a godere del suo carezzevole osservarmi che si specchia nel mio e mi sento nuovamente bella perché desiderata. Non uno zerbino quarantenne da sbattere fuori dalla porta perché sono finiti gli argomenti – e quali argomenti, poi, che mio marito (ops!: ex) e io non siamo mai andati d’accordo su niente? Lui, con la fisima della carriera e la depressione cronica perché nessuno lo valorizzava mai abbastanza. Io a tentare di consolarlo evitando di parlargli della mia ultima promozione perché se no gli veniva un coccolo… Mai pensato che forse non ci fosse tanto da valorizzare? Esteban mi sfiora il braccio per mostrarmi una bandiera e sorride complice, quasi legga nei miei pensieri. Mi sembra perfino che, in queste sale museali, non sia per nulla inappropriato respirare la medesima attrazione. Mi domando cosa proverei se fossi ai Musei Vaticani… Forse avevano le loro ragioni a coprire pudicamente i nudi michelangioleschi.

Per qualche minuto, mentre Esteban descrive non so quale tra le tante battaglie combattute dal popolo cubano, divago pensando al piacere di lasciarsi andare, di permettere ai nostri corpi di danzare a un ritmo sconosciuto a entrambi. La scoperta, fisica, di se stessi attraverso un corpo, un tocco, un umore e un odore ignoti. Poi scuoto il capo e mi risveglio dal sogno a occhi aperti. Non sono la protagonista di Sex and the City. Anzi, non ho mai trovato credibili quelle quattro newyorkesi che, nonostante l’Aids, il tasso di stupri e omicidi negli States, la settimana lavorativa di 70 ore – e il tempo trascorso a pranzo con le amiche a raccontarsi l’ultima scopata – avevano ogni notte un partner diverso e, naturalmente, era sempre il principe azzurro! Non ho messo preservativi in valigia. Mi tocco la fede al dito (nonostante il divorzio già depositato in tribunale) e, con aria noncurante ma esplicita, faccio notare a Esteban che sono sposata. La risposta mi fulmina: «No estoy celoso». Ed ecco che mi indica il confine tra la sua e la mia mano mentre il suo divagare, più in inglese che in spagnolo (per mia fortuna), lo porta a considerare la differenza tra la parola border e la parola frontier: perché la seconda denota soprattutto una situazione mentale (e io mi chiedo se sia ancora possibile spostare il confine, per una come me).

Quando arrivo in hotel fremendo al pensiero che il mio unico prendisole starà probabilmente sgambettando lungo il Malecón, ho la piacevole sorpresa di trovare il trolley ad aspettarmi – nemmeno tanto imbronciato per il ritardo… Rido alla mia stessa battuta, mi registro alla reception e mi faccio dare, insieme alla chiave della camera, la password per il wifi. In realtà, non ho voglia di sentire nessuno, anche se avevo promesso di mandare un sms a mia sorella e alle amiche dell’all inclusive. Però voglio sapere se avrò ancora una Costituzione o meno, al rientro in Italia. Liquido velocemente il fattorino, con una mancia che non ho ben calcolato ma, visto il suo sorriso a 32 denti, probabilmente ho sbagliato qualcosa. Mi siedo sul letto e inserisco la password.

Gli italiani, per una volta, hanno avuto la loro piccola Santa Clara. “Fidel 1/Matteo Renzi 0”, penso. Rido nuovamente tra me alla seconda battuta della giornata. Sono in forma oggi. Mi compiaccio. Mi sfilo la fede e la butto nel water, tirando persino lo sciacquone.

Poi esco nella notte cubana ricordando l’indirizzo di un bar che mi ha suggerito Esteban. Chissà che anche lui abbia voglia di un Cuba libre per salutare Fidel. 

(da Vagabondaggi, ©Simona Maria Frigerio, 2017. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione)


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