Cronache di scuola online

Foto di Giada Miotto – @riproduzione vietata

Mamma alle prese con la DaD

di Giada Miotto

la redazione di TheBlackCoffee ospita Giada Miotto, mamma lavoratrice in smartworking in continua lotta con le ‘distanze’ telematiche, non solo per il suo lavoro, ma soprattutto con la DaD (didattica a distanza) del figlio che frequenta la scuola elementare.

Di sè racconta che: ha 38 anni, è laureata in Sociologia e ha un Master in immigrazione, ma preferisce essere mamma, figlia, amica e, saltuariamente, sé stessa. Ama i fiori, che però fa morire perché non ha il pollice verde, scrive lettere che poi non spedisce, divora cioccolata per poi sentirsi in colpa.

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Sono due mesi ormai che mio figlio segue le lezioni on-line. Due mesi in cui il mio stupore si è lentamente trasformato in incredulità e, infine, in astio.

Parlo di un bambino di terza elementare che quotidianamente si siede di fronte allo schermo di un tablet per 4 ore. Mi dicono sia uno dei fortunati e mi raccontano metodologie diverse a seconda di scuola e scuola, e di grado e grado.

Così mi trovo a ragionare oggi su schiere di bambini e ragazzi che con flessibilità hanno accettato un nuovo modo di fare lezione. Hanno accettato di non andare più al parco, agli allenamenti, a casa dell’amico del cuore. In cambio hanno ricevuto un sistema scolastico che non ha saputo adattarsi altrettanto flessibilmente.

Nel suo caso le lezioni sono continuate frontali come se fossero tutti in classe: una maestra che spiega e 16 bambini che recepiscono e scrivono come macchinette. Mancano gli sguardi con i compagni, mancano le battute, mancano i discorsi sul nuovo videogame o sul nuovo calciatore. Le maestre, al contrario, hanno probabilmente realizzato il sogno di avere una platea muta, perché costretta a disattivare l’audio se non direttamente interpellata.

E il programma deve andare avanti, imperterrito, senza tenere minimamente conto di quanto stia succedendo, senza che venga chiesto a questi bambini come stanno, cosa provano, come vivono questo strano tempo.

E il programma deve andare avanti poco importa che siano “solo” in terza elementare e che le lacune si potranno recuperare con il ritorno alla normalità.

E il programma deve andare avanti con l’aiuto imprescindibile di genitori che si sono trovati improvvisamente ad essere anche insegnanti di geografia fra una email e l’altra, di italiano fra una telefonata e l’altra, di matematica fra una fattura e l’altra.

Perché anche il lavoro di noi genitori (dei fortunati almeno) è diventato smart, e con smart si intende senza più orari, perennemente reperibili.

E passi per mio figlio la cui mamma è laureata e di cultura media, ma come farà Ahmed, la cui mamma parla solo Arabo? O per Andrea, la cui mamma non ha avuto la fortuna di lavorare da casa, che passa il suo tempo con i nonni, la categoria da tutelare ma che non sa sostenere la tecnologia di questa didattica a distanza?

E il programma deve andare avanti e chi ha un pc o un tablet ancora riesce a vedere le pagine proiettate sugli schermi, ma chi ha il cellulare di mamma o papà? Chi ha un solo pc e 3 fratelli?

Invece di sfruttare la crisi e inventarsi nuove modalità, invece di trovare il buono della situazione e incentivare lavori di gruppo online, in modo che i bambini entrino in contatto e imparino il lavorare insieme, abilità ormai dimenticata nelle nostre scuole.

Invece di usare questo tempo per concentrarsi su “materie” che la scuola ignora: il teatro, l’arte, la musica… Materie che generano emozioni e sui cui incasellare quello che proviamo.

Invece di tutto questo e altro, invece di lasciare da parte momentaneamente il santissimo programma, ho visto bambini andare avanti eroicamente e poi cedere alla stanchezza di giorni che si sono susseguiti tutti uguali.

E nemmeno di fronte a questo cedimento, ho visto maestre recuperare una umanità, ma ho sentito urlare, minacciare note e brutti voti, ricordare che vanno fatte le pagelle, dire che erano “deluse e affrante”…e ho visto gli occhi di mio figlio diventare lucidi e riempirsi di lacrime, lui che non piange mai.

Sto passando fine settimana interi a compilare schede, dettare frasi, fare operazioni, perché “tanto non avete di meglio da fare, non potete andare da nessuna parte”.

Signora maestra, i bambini hanno di meglio da fare: devono giocare, inventarsi un mondo, riempirci di domande e di strane supposizioni. Devono sfruttare la loro età e noi adulti dobbiamo dare loro gli strumenti per farlo.

La scuola che strumenti sta dando ai nostri figli per comprendere questo momento? Per affrontarlo? Per superarlo?

E’ qui che le mie domande hanno trovato come risposta l’astio.

Sono ben consapevole che, per fortuna, esistono anche altri tipi di insegnanti e a loro mi aggrappo, nella speranza che gli insegnanti capiscano la differenza fra “avere degli alunni” e “essere dei maestri”.

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