Covid, mestruazioni e pubblicità

Il tramonto dell’Occidente? (Il Parco fluviale del Serchio. Foto di Simona M. Frigerio, tutti i diritti riservati)

Da Bill Gates a Jeff Bezos – la propaganda ‘ai tempi del colera

di Simona Maria Frigerio

Premessa. Chiusi in casa con una condanna che illustri professori vorrebbero a vita, senza aver commesso alcun crimine, abbiamo poche chance di non ammorbarci l’anima con la tivù (di Stato o privata). Del resto, tale condanna, indipendentemente dal giudizio di psicologi e professori di diritto, alcuni la considerano una ‘punizione’ dovuta, come l’infettivologo Massimo Galli che avrebbe dichiarato: «Natale non sia come Ferragosto», senza rendersi conto che ci si è infettati dopo metà settembre, con la riapertura di PA e scuole perché il Governo non aveva previsto misure idonee per i mezzi pubblici – che erano diventati, nel frattempo, sovraffollati. Mentre, se non si fosse pensato a plexiglass in spiaggia e giovani discotecari che si sono positivizzati e negativizzati in due settimane senza pesare sul Servizio Sanitario Nazionale, ci si sarebbe potuti occupare delle Rsa e di quell’8/10% di ultraottantenni che, ogni giorno, a novembre e non ad agosto, si infettano e finiscono per intasare ospedali e terapie intensive.

Ma la narrazione mass mediatica continua la propria narrazione favolistica mentre sfuma, forse, anche il lumicino del Recovery Fund che, in ogni caso, sarebbe stato utilizzato in buona parte per pagare gli interessi su un debito pubblico, il quale, entro fine anno, sarà lievitato di circa 200 miliardi.

In questa situazione di reclusione forzata non ci resta, quindi – con beneplacito del Governo – che la televisione e, data la spazzatura che propinano le varie emittenti, l’unica salvezza appare sempre più l’intervallo, ossia la pubblicità – la quale, in pochi secondi, riesce a condensare ore di saggi e messaggi. E così, zappando da un canale all’altro, ci troviamo con l’ultima trovata femminista, ossia nobilitare le mestruazioni a rivendicazione d’orgoglio mostrando, in ora di cena, un assorbente con macchia centrale rosso sangue a forma di vagina. Ora, a parte che è come mostrare una pozza di vomito per pubblicizzare un antiemetico o un pezzo di feci per un lassativo, le mestruazioni – come i succitati, normale funzione corporale – è, per la gran parte delle donne, tutto tranne che un vessillo del proprio essere al mondo – e magari mostrarci mentre scopriamo un vaccino o guidiamo una rivoluzione ci rappresenterebbe meglio.

Se contestiamo il fallocentrismo maschile, non si capisce perché il femminismo dovrebbe erigere a simbolo muliebre un evento mensile che è spesso contraddistinto da dolore (tra dismenorrea ed endometriosi) o angosce – quando non arriva e si deve affrontare un’interruzione volontaria di gravidanza o una gravidanza indesiderata, o al contrario arriva e la gravidanza tanto attesa è rimandata di un altro mese in una società che ormai pensa di comprare tutto e subito, compreso un figlio – e persino una fine pensatrice come Naomi Klein ci è cascata, dedicando parte del libro Una rivoluzione ci salverà a raccontare i suoi tentativi di inseminazione artificiale, scusandosi della scelta di non aver optato per un’adozione adducendo i tempi troppo lunghi di attesa, solo per non ammettere che svegliarsi a quarant’anni e pretendere di restare incinta subito e senza problemi non è poi così naturale.

La pubblicità surrettizia
Ma se l’assorbente femminista è dichiaratamente uno spot, lascia più stupefatti l’immunologo Roberto Burioni che torna a Che tempo che fa per spiegare come funziona il vaccino Pfizer, quello che deve essere conservato a -70/80°C e che deve essere un tale portento che persino l’amministratore delegato della società, Albert Bourla, ha ceduto il 62% dei titoli in suo possesso nel giorno dell’annuncio del vaccino – così come ha fatto la vicepresidente esecutiva Sally Susman. Se si pensa a quanti vaccini sono ormai in Fase 3; se si valutano i fondi pubblici italiani investiti per il vaccino dello Spallanzani che, in realtà, sarà brevettato da un’azienda farmaceutica privata (il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, dichiarava a Repubblica lo scorso agosto: «Noi crediamo molto nel vaccino bene comune. Quello italiano sarà pubblico e a disposizione di tutti coloro che ne avranno necessità», per poi essere smentito dall’inchiesta di Report del 16 novembre: https://www.raiplay.it/video/2020/11/Report—16-11-2020-1a499dcf-843c-40b9-af86-397bc119af70.htmlper); se si considera che il vaccino Moderna si conserva, secondo SkyTg24, fino a 30 giorni a temperatura normale di refrigerazione, ossia tra i 2 e gli 8°C; non si capisce perché dovremmo acquistare quello tedesco-statunitense, sponsorizzato dal succitato immunologo invece di un altro e perché dargli tanto spazio in una trasmissione della tivù pubblica – scambiando forse propaganda per informazione.

La campagna “Io compro in negozio” (Foto di Luciano Uggè)

Io compro in negozio
Tornando alle pubblicità da spot, colpisce Mary che compra subito online, così sarà “Mary (invece di Merry) Christmas” mentre Betty, accelerando sul pedale della bulimia da regalo (per un Natale che non si sa nemmeno se si potrà festeggiare con amici e parenti e per il quale, al momento, non si possono nemmeno comperare addobbi), avrà “pacchetti perfetti”.

Nello stesso periodo in cui alcune multinazionali, con la scusa del Covid-19, stanno chiudendo i negozi per tentare la vendita esclusivamente online – non rendendosi nemmeno conto che se nessuno lavora, nessuno guadagna e, quindi, nemmeno acquista – abbiamo visto spuntare i cartelli, nel centro deserto di Lucca, con la scritta “Io compro in negozio”. Una campagna che – aldilà dell’intrinseco invito consumistico – ci sentiamo di poter sostenere perché punta sul piccolo commercio in quanto fonte di reddito per persone in carne e ossa. Milioni di uomini e donne in tutto il mondo, che contano di più di un miliardario che non paga nemmeno l’assicurazione medica ai suoi lavoratori part-time negli States (https://www.corrierecomunicazioni.it/digital-economy/amazon-taglia-i-costi-di-whole-foods-niente-assicurazione-medica-a-chi-fa-il-part-time/) e vorrebbe rifarsi l’immagine, in Italia, con la pubblicità in cui mostra la madre che, a cinquant’anni, si reinventa magazziniera – felice di scaricare scatoloni come se avesse vinto al totocalcio. Miracoli della pubblicità!

Bill Gates e l’immagine del filantropo
Sempre nella puntata di Report succitata abbiamo scoperto che il signor Bill Gates da una parte finanzia la ricerca sui vaccini investendo, tramite la sua Fondazione, nelle aziende farmaceutiche che li sviluppano; dall’altra, al pari degli Stati membri, siede al tavolo dell’Oms (che decide e promuove, ad esempio, le campagne vaccinali nei Paesi del Sud del mondo); e infine investe nelle azioni di quelle stesse società farmaceutiche che sviluppano e commercializzano detti vaccini. A essere malfidenti, verrebbe da pensare al gioco delle tre carte.

Ora facciamo un altro passo in avanti e, sulla base delle dichiarazioni della lobbista delle case farmaceutiche intervistata da Report, chiediamoci: perché sviluppare decine di vaccini anti-Covid in competizione fra loro, disperdendo le esigue risorse finanziarie degli Stati, se non per garantire introiti alle aziende farmaceutiche private? Perché comprare miliardi di dosi per vaccinare l’intera popolazione mondiale quando solamente un target preciso (anziani e/o malati, il 4% circa del totale dei positivi) sviluppa sintomi diversi da una comune influenza (e spesso meno) e necessita di ospedalizzazione? E infine perché rischiare campagne vaccinali di massa (con vaccini sviluppati a dir poco troppo rapidamente) quando le stesse aziende farmaceutiche pretendono contratti in cui sono gli Stati ad assumersi la responsabilità in eventuali cause civili per danni vaccinali?

Se qualcuno credesse naïvement che difendere il diritto al brevetto per i farmaci salvavita, sviluppati oltretutto con fondi pubblici, equivalga a salvaguardare i diritti dell’ingegno, lo stesso dovrebbe rendersi conto che non è il singolo ricercatore, bensì l’azienda farmaceutica quella che guadagna dal brevetto – e i suoi azionisti (tra i quali un Bill Gates). Del resto, in un’Italia in cui i ricercatori delle Università e dei Centri di ricerca pubblici sopravvivono con borse di studio di qualche centinaio di euro al mese, contratti precari e, spesso, devono autofinanziarsi le pubblicazioni (questo soprattutto nel settore umanistico, visto che sempre di più gli editori sono semplici stampatori che si fanno finanziare dall’autore persino le copie promozionali da mandare a giornalisti, riviste di settore o colleghi), si potrà comprendere che non si sta difendendo alcun diritto dell’ingegno bensì un sistema incancrenito sul profitto che, per anni, ha escluso il Sud del mondo dai farmaci più efficaci nella lotta contro l’Aids, condannando milioni di persone a una morte prematura (vista l’età media delle vittime).

E non aggiungiamo nulla sul plasma autoimmune, ricavabile a costi minimi, non brevettabile e che potrebbe essere un valido metodo per curare i malati senza arricchire le case farmaceutiche (in studio anche una banca dati europea: https://ec.europa.eu/health/blood_tissues_organs/covid-19_it).

Se il Covid-19 fosse davvero il bicchiere mezzo pieno per dimostrare che “un altro mondo è (ancora) possibile”, la filantropia che, grazie a una buona pubblicità, può oggi vestire i panni di Bill Gates, tornerebbe ad avere il volto di Albert Bruce Sabin, che dichiarava: «Tanti insistevano che brevettassi il vaccino (anti-polio, n.d.g.), ma non ho voluto. È il mio regalo a tutti i bambini del mondo».

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