Coming out Covid: la nuova moda

“Che la forza sia con te!” (Foto di Momentmal da Pixabay)

Aumentano i vip che lottano contro il ‘nemico invisibile’

di Simona Maria Frigerio

Premessa. La parola coming out ha un illustre passato. Oltre che per definire la “dichiarazione pubblica del proprio orientamento sessuale” – quando il termine anglosassone toccò il proprio auge, in tempi di ‘peste gay’, ossia di HIV/Aids, ossia quando persino un’icona come Freddie Mercury osò dichiararsi sieropositivo solo a poche ore dal decesso e non per questo ammetteva le proprie scelte sessuali – il coming out è stato usato, più recentemente, da svariati vip che, con le migliori intenzioni, ci hanno fatto partecipi della loro battaglia contro il cancro – cancellando finalmente con un colpo di spugna decenni dell’ipocrita ‘butto male’.

A quest’ultima forma di coming out va riconosciuto – come nel caso dell’Aids – il merito di aver dato speranza a milioni di persone che si sentivano meno sole e, per quanto possa apparire strano, meno ‘colpevoli’ di essersi ammalate, dal momento che potevano compartecipare la propria sorte con i loro beniamini.

Con l’avvento della tivù del dolore – da salotto all’ora di pranzo o della domenica – e, poi, dei vari reality conditi da vip decaduti che spiattellavano – al pari degli illustri sconosciuti di altre trasmissioni – tradimenti e insoddisfazioni, a volte in bikini e altre nella sauna, il coming out ha perso parecchio del suo appeal. Al punto che oggi pare una rarità il personaggio pubblico o, semplicemente, l’amico che lava i panni sporchi in famiglia e, magari, annuncia una separazione, civilmente, a cose fatte; o un matrimonio dopo la celebrazione – alla quale non ha invitato mezzo mondo solo per sfoggiare anello, abito o ristorante pacchiano, e tanto meno per ammonticchiare regali spesso inutili.

Con il #MeToo il coming out ha finito per assumere toni grotteschi. A parte farci finalmente comprendere perché l’attrice (o l’attore) non in parte e, a dirla tutta, nemmeno capace di recitare, avesse avuto il ruolo di protagonista; la parola ha assunto le sfumature surreali della denuncia di una palpata subita vent’anni prima – alla quale non si rispose con un ceffone, ma che adesso si può addurre per denunciare chi nemmeno si ricorda che faccia abbiamo o di averci mai incontrate. Scambiare favori aveva reso a suo tempo, ma il coming out in periodo di declino lavorativo, fisico e mediatico ha reso meno in una nazione, come gli Stati Uniti, sessuofobica, sì, ma dalla memoria corta – che condanna tredicenni assassini come adulti ma proibisce loro di avere rapporti sessuali o di bersi una birra. Condannato l’orco cattivo – da fiaba dei Fratelli Grimm – e messo al bando il grande attore al quale, purtroppo, piacciono i bei giovani (e chi dice che preferirebbe il settantenne a un ventenne, uomo o donna che sia, è un ipocrita), tutto potrà tornare come prima, vista la pessima qualità della maggioranza dei film a stelle e strisce (ma non solo) e delle cosiddette star che li interpretano.


E poi venne la pandemia
In tempo di terrore irrazionale e di isteria da bombardamento mass mediatico (per il quale rimandiamo all’analisi acuta di Marco Nicastro: http://www.leparoleelecose.it/?p=39758), ecco che il coming out dei vip non poteva che deragliare verso il Covid-19.

All’inizio, a dire il vero, si era preferito tacere, in quanto essere positivi significava non aver ottemperato alle misure che i meme mediatici martellavano nei nostri cervelli – quasi fossimo dei minorati bisognosi della ripetizione ossessivo-compulsiva. Ma poi, come accade a chi senta gridare troppo spesso “al lupo”, ci siamo assuefatti e, al terrore, si è sostituita una certa sciatteria non tanto perché non si crede al virus (frase spesso usata contro i cosiddetti negazionisti – come se un’influenza possa essere oggetto di fede) quanto perché il 95% delle persone positive ne esce benissimo (la stragrande maggioranza senza nemmeno i sintomi di una comune influenza stagionale).

Di conseguenza ci si è resi conto, seppure lentamente e continuamente osteggiati dalla politica e dai mass media, che amici e parenti guariscono e, nel bailamme mediatico, sono invalsi due atteggiamenti contrapposti. Il coming out à la Trump (o alla Briatore), ossia l’equivalente del mostrare gli attributi riducendo il Covid a ciò che è, ossia un’influenzale grave per chi ha un’età molto avanzata e/o altre patologie pregresse (ossia coloro che, di solito, fanno il vaccino antinfluenzale). Oppure à la Hugh Grant: «Il Covid? Pensavo di impazzire: annusavo fiori e spazzatura sperando di sentire odori», ossia in maniera involontariamente fantozziana. L’attore – che ha perso il suo fascino e, in parte, appannato una carriera a causa dell’arresto per l’affair con una prostituta – non sapeva nemmeno di essere malato e il Covid era così grave che ha scoperto di averlo avuto solo mesi dopo, grazie al test sugli anticorpi.

Come diceva Oscar Wilde per bocca di Dorian Gray: “There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about” (“c’è una sola cosa al mondo peggiore di essere oggetto di discussione, ed è non esserlo, t.d.g.). Nel momento stesso in cui il terrore ha lasciato il posto a un ragionevole pragmatismo (di cui sembrano scevri solamente la classe politica e quella giornalistica), ecco che il Covid-19 è diventato – come un nemico pubblico ormai alla sbarra per evasione fiscale, o un ex dittatore trucidato in diretta – merce a buon mercato da spacciare ai propri fan.

E via con le annunciatrici ‘lievemente positive’, le figlie dei cantanti che da un colpo di tosse hanno capito che era ‘lui’ (forse santamente scambiando la febbre sessuale con quella malarica), giornalisti e attori che si consumano tra kleenex e microfoni con il piglio del combattente ferito, sul letto di un ospedale da campo della Grande guerra (ma con tanto di cerone). E mentre l’Italia, invece di concentrare risorse in ospedali e personale, torna totalmente rossa ripetendo il brutto copione della primavera, ci attendono settimane di eroici pseudo-vip che ci ammorberanno coi loro raffreddori più dirompenti di una mina antiuomo e l’angoscia da trincea perché non sentono il puzzo della spazzatura.

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