Casa e lavoro: questo il futuro?

Le mascherine recapitate a Lucca – Foto di Simona Maria Frigerio

Le mascherine toscane e la lettera dei Sindacati. Retorica v/cifre

di Simona Maria Frigerio

Ormai ci siamo abituati alla mistificazione della realtà operata dalla politica in tempi di coronavirus. Venuto meno il patto democratico tra governato e governante, come scrive il professor Riccardo Manzotti: “Allo Stato non si chiede di spiegare le motivazioni razionali delle regole. Ai cittadini non si chiede di comportarsi responsabilmente. Ognuno viene meno ai suoi obblighi e ci si tratta con l’indulgenza tipica di persone immature”.

Le mascherine in Toscana
L’ultimo esempio di tale pratica deteriore che, oltretutto, può mettere a rischio proprio la sicurezza delle persone, è la consegna domiciliare delle mascherine usa e getta operata dalla Regione Toscana.

Personalmente, a Lucca, le ho ricevute stamattina. Due a testa, chiuse in una busta di carta senza nemmeno che la stessa fosse sigillata. Lasciate nella casella postale. Toccate non si sa da chi né in quali condizioni o ambienti. Ovviamente, non più sterili.

Le stesse, secondo il Governatore Rossi, dovrebbero essere sufficienti per non si sa quanto tempo. Dato che potremmo essere in quel 66% di persone che tuttora lavora (dati Istat al 27 marzo), e comunque spesa, libreria, farmacia e tabaccaio sono uscite lecite e, se non si vogliono fare razzie, non si può nemmeno pensare di scaglionarle bimensilmente, il fattore tempo dovrebbe essere computato quando si fa una tale scelta politico-economica. Ora, dato che – insieme alle mascherine – si riportano le istruzioni corrette su come metterle, toglierle e usarle, da indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, veniamo finalmente a sapere che vanno usate “al massimo fino a che il dispositivo non si inumidisce con il respiro (e, in ogni caso, non oltre il turno di lavoro)”. Quindi, viste le temperature toscane al momento, al massimo un paio d’ore.

Tutto ciò ci porta a chiederci perché molti politici e colleghi giornalisti continuino a dire di riciclare le mascherine usa e getta, di far loro prendere aria o disinfettarle nei modi più astrusi. Come l’OMS sottolinea, la mascherina inumidita va gettata via, con attenzione e in cestino chiuso o sacchetto ad hoc.

Nello stesso foglio delle istruzioni si specifica altresì che la mascherina è “da utilizzare quando non sia possibile mantenere la distanza di sicurezza dalle altre persone” e perciò non all’aperto (come sosteneva il Governatore Rossi in un suo post), non quando si corra o si vada in bicicletta, non quando si sia sdraiati su una spiaggia (a meno di non essere a un metro dal vicino di ombrellone, ma basterà un po’ d’accortezza) o in mare, o quando si cammini tra i monti o in campagna o, comunque, in qualsiasi luogo non eccessivamente affollato.

Su quest’ultimo punto va altresì notato che, secondo uno studio portato avanti a Wuhan, citato con appropriatezza dal collega Angelo Romano su www.valigiablu.it: gli scienziati avrebbero “raccolto campioni d’aria di diverse aree pubbliche all’aperto e hanno dimostrato che il virus non era rilevabile o era presente in concentrazioni estremamente basse, fatta eccezione per due luoghi molto affollati: di fronte a un grande magazzino e nei pressi di un ospedale. Tuttavia, per ogni metro cubo d’aria è stata rilevata meno di una decina di particelle virali. Non si sa ancora quante particelle virali siano necessarie per dare origine a un contagio; nel caso di Sars, per fare una comparazione, uno studio aveva stimato tra le 43 e le 280, un numero molto maggiore rispetto a quelle rinvenute a Wuhan”.

Riassumendo, la Regione Toscana si è impegnata a un esborso notevole (di fondi ovviamente pubblici) per fornire ai Comuni delle mascherine che sono state tolte dai loro involucri sterili e messe in buste di carta (o altro materiale). I Comuni si sono dovuti attivare con volontari, la Protezione Civile e, ci risulta, vigili urbani per la consegna delle stesse a domicilio, con il porta a porta o nelle caselle della posta e, addirittura, una distribuzione a mano, fuori dalle farmacie, da sacchi dove erano contenute tutte insieme. Tutto ciò per fornire mascherine usa e getta, che andranno utilizzate forse per un paio d’ore essenzialmente sui mezzi pubblici e nei negozi (al momento solo alimentari, librerie e supermercati) se non si potrà mantenere la distanza di sicurezza.

Chi sta prendendo in giro chi?
Non solamente il gioco non vale la candela ma la Protezione Civile dovrebbe, in questo momento, essere impegnata in ben altre mansioni. Bisognerebbe fare i tamponi, circoscrivere i focolai, indagare i possibili positivi per sapere chi abbiano contattato e, se lavorano, dove – così da effettuare test a tappeto sui possibili contagiati. In questo momento le persone dovrebbero essere correttamente informate e non vessate da continui meme svianti che le mettono in pericolo: è la distanza che ci assicura la sicurezza, non una mascherina usa e getta che, dopo poco tempo, diventa inutilizzabile e che rischia di essere fonte essa stessa di contagio.

Bisognerebbe allungare gli orari dei negozi e moltiplicare le corse dei mezzi pubblici in modo da non creare assembramenti. E sarebbe auspicabile che vigili urbani, polizia, guardia di finanza e carabinieri controllino le aziende aperte per verificarne gli standard di sicurezza, soprattutto negli spogliatoi e nei bagni, invece di multare l’anziana che va in giro in bicicletta – e non infetta né è infettata per ciò che sta facendo ma, al contrario, rivendica la scelta come atto di disobbedienza civile.

Teniamo in mente, infine, un altro dato ufficiale. Mentre alcuni settori sono alla canna del gas e il comune cittadino, come il bambino, è allo stremo della resistenza a causa di una clausura ingiustificata, qualcosa non torna proprio nelle cosiddette misure di contenimento del virus. Al 27 marzo, infatti, nel segmento delle grandi imprese (ossia quelle con oltre 250 addetti), l’incidenza delle aziende che proseguono l’attività, secondo l’Istat, “è pari al 71,6% per quelle con 250-499 addetti e al 67,6% per quelle con oltre 500 addetti”. La Lombardia, dove il virus è ancora particolarmente molesto e ha costretto al lockdown l’intero Paese perché non è stata capace di contenere l’epidemia (ma l’ha addirittura esportata), con circa 450 mila imprese al lavoro, guida, addirittura, la classifica delle regioni con il maggior numero di aziende attive.

La lettera aperta di Cgil, Cisl e Uil
Mentre si ventilano misure del tipo non riaprire le frontiere fino a marzo 2021 – senza nemmeno rendersi conto che, nel frattempo, potrebbero scoppiare altre epidemie influenzali e non – i nostri politici dovrebbero capire che, se non si persegue la strada della Corea del Sud, si rischia di trasformare l’Italia in un carcere fine pena mai; ma anche di affossare del tutto settori come quello turistico, enogastronomico, l’ospitalità, la ristorazione, la cultura e il teatro, oltre alle economie di tutte le città d’arte.

La continua pratica della mistificazione della realtà non solamente conduce alla dittatura, ma anche a una progressiva deresponsabilizzazione del cittadino che, trasformato in suddito, cercherà più che mai di sfuggire alle catene del potere anche con comportamenti violenti. La strada sulla quale si è avviato l’establishment politico è oltremodo impervia e pericolosa ma, soprattutto, non ci aiuta a imparare a convivere con il Covid-19, che non è il “nemico subdolo e invisibile” invocato dai sindacati, bensì un comune virus che avrà il suo ciclo come qualsiasi cosa in natura – compresi eventuali altri virus e lo stesso essere umano.

Se i Sindacati davvero vogliono, come affermato nella loro lettera congiunta (a firma dei Segretari Generali di Cgil, Cisl e Uil, ossia Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo) “un Paese che sappia ridisegnare l’economia basandosi, a cominciare dagli investimenti nel Mezzogiorno, sulla sostenibilità ambientale, sulle produzioni eco-compatibili, sul riassetto del territorio, sull’innovazione, la scuola, la formazione, la ricerca e la conoscenza; un Paese che ponga a fondamenta della sua azione la coesione sociale a partire dal riaffermare la centralità del lavoro, della partecipazione, dell’universalità del sistema sanitario pubblico, della qualità dei servizi sociali per gli anziani, per le famiglie, per le donne, per i giovani. Vogliamo e ci batteremo per un’Europa nuova, solidale, orgogliosa della sua dimensione sociale, capace, con i suoi valori di libertà accoglienza e democrazia, di competere ed essere punto di riferimento nel mondo”.

Ebbene, se è questo che auspicano i Sindacati Confederali, occorrerà che prendano davvero la situazione di petto e si battano per la riapertura di tutte le aziende di qualsiasi settore (fa specie che le belliche siano essenziali e il teatro o la moda no), chiedendo che le forze di polizia siano impegnate nei controlli delle stesse e contrattando, magari, con i datori di lavoro – e a spese di questi ultimi – tamponi veloci per tutti i lavoratori, ogniqualvolta vi sia un risultato positivo tra le maestranze.

Occorrerà che si preoccupino che il Sud – diversamente da quanto paventato, non flagellato dal coronavirus – si svincoli dal lockdown e sia assicurata la stagione estiva con la riapertura anche delle frontiere e fondi aggiuntivi per la Sanità, così da effettuare politiche efficaci di contenimento dei focolai, che non comportino la chiusura di intere regioni (la Corea del Sud ancora una volta insegna).

Bisognerà che si leggano bene il decreto che preclude i nostri porti ai migranti perché parlare di solidarietà in Italia, in questo momento e dopo le scelte di Di Maio, Lamorgese, De Micheli e Speranza (http://www.theblackcoffee.eu/italiani-brava-gente/), appare davvero vuota retorica. Così come non dovrebbero tacere ai lavoratori i rischi del Mes (e se non ripartiamo, quella sarà l’unica strada percorribile), che può portare a una débâcle alla greca.

Infine, se davvero si pretendono “scuola, formazione, ricerca e conoscenza”, sarà il caso di riaprire, innanzi tutto, scuole e università perché l’online è una scelta fallimentare e i risultati a luglio, di esami che si suppone facilitati, lo dimostreranno pienamente (una manciata di ore di studio e/o qualche videochiamata non sono comparabili con la presenza e compresenza: una scuola, come un teatro, in assenza non ha diritto di cittadinanza). Ma la paventata continuazione della chiusura delle scuole fa sorgere anche il dubbio che, a settembre, i precari non saranno richiamati.

Aggiungiamo inoltre che, in questa sentita dichiarazione d’intenti, nemmeno una parola è stata pronunciata nei confronti del settore cultura, del cinema, del teatro, dei musei e delle città d’arte; così come non ci sembra di registrare l’attenzione dovuta verso le madri lavoratrici (a meno che non si vogliano riportare le donne nell’ambito del focolare domestico). Madri e professioniste che, in questi mesi, si sono dovute far carico di accudire i figli – con conseguente diminuzione del reddito familiare, rischio di licenziamento e, in ogni caso, stress psicofisico e mentale per entrambi.

Una provocazione? E se chiudessimo tutte le aziende essenziali, e ci dedicassimo solo a passeggiare, nuotare, fare trekking e stare all’aria aperta?

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