Caro padre

Foto di ©Teatro del Pratello – riproduzione vietata

In scena la difficile relazione genitori-figli

di Laura Sestini

La Compagnia Teatrale del Pratello, diretta da Paolo Billi, porta in scena Caro padre, un reading con i minori in carico ai servizi della giustizia minorile dell’istituto ‘Gian Paolo Meucci’ di Firenze.

A piccoli gruppi gli spettatori vengono accompagnati nella struttura, tra le restrittive procedure di accesso all’istituto penale e quelle legate al Covid-19, per ritrovarsi dopo un breve percorso in un campo da calcetto dall’erba sintetica situato nel cuore dell’antico palazzo fiorentino adibito a carcere minorile, a due passi dalla stazione di Santa Maria Novella.

Il palazzo, risalente a prima del 1300, in passato aveva già svolto funzione di Spedale per l’accoglienza di poveri, infermi e bambini abbandonati, convertito poi in convento quando fu aperto il più ampio Istituto degl’Innocenti, in piazza Santissima Annunziata, nel 1445.

Dall’esterno dell’edificio – questa è decisamente una sorpresa – non ci si può immaginare un così ampio giardino di alberi maestosi e altissimi, che abbelliscono senz’altro la vista dalle finestre dei vecchi edifici addossati uno all’altro che tutto intorno vi si affacciano – nel rione compreso tra via della Scala e via Palazzuolo – rimasto popolare nonostante una breve distanza dalla luccicante via Tornabuoni.

In attesa dell’inizio della performance – che si prolunga per via dell’iter burocratico – seduti al centro del campetto da calcio, gli avventori vengono cullati da una dolce e melanconica aria musicale che si presta a placare gli animi e i corpi dai bollori della nota afa fiorentina. Il frinire di qualche cicala completa l’atmosfera estiva.

Entrare in un istituto penale fa sempre un certo effetto – non è certo ciò che si possa definire un luogo di felicità – e, per chi non è habitué, è facile immaginare e percepire la costrizione, la sofferenza e la mancanza di libertà. 

(Breve inciso – La prima volta che sono entrata in un istituto detentivo per minori è stato a Nisida, a Napoli, qualche anno fa. Casualmente in quel luogo per partecipare a un convegno sul convivere civile, mi sono seduta accanto a un adolescente – quindici anni circa – che fin da subito ha iniziato a sfidarmi con lo sguardo. Sul momento non ho compreso che fosse uno degli ospiti della struttura minorile, ma in seguito ho cercato, in contrapposizione alla provocazione, di percorrere la strada del dialogo. In breve tempo il giovane mi ha riferito molte cose di sé e della sua famiglia; aveva molta voglia di raccontarsi, per boria di sentirsi grande e coraggioso, ma anche – e forse maggiormente – per aprirsi con qualcuno che non lo vedesse come uno scarto della società. Era stato arrestato per rapina a mano armata. Quell’episodio mi torna spesso in mente con una profonda tenerezza; nonostante il corpo massiccio e il suo atteggiamento di sfida, non provai un benché minimo timore nei confronti del ragazzo, ma molta comprensione e un forte senso di protezione materna, sentimenti con i quali, immagino, non abbia avuto molto a che fare, nella sua giovane vita già così violenta. n.d.g.)

La neo direttrice dell’istituto, Antonella Bianco, incaricata del ruolo da soli due mesi, saluta e legge un messaggio istituzionale rivolto ai ragazzi, i quali subito dopo saliranno su delle strutture individuali – che sommate insieme ricordano vagamente una pista da skate-board – dove poggiano dei leggii con le frasi che hanno scritto di loro pugno durante il laboratorio di scrittura, destinate al reading.

Il messaggio – inviato da Gemma Tuccillo, Capo del Dipartimento della Giustizia Minorile e Comunità – è incoraggiante e pieno di speranza per il loro futuro da uomini liberi e per il percorso che stanno compiendo.

Subito dopo i ragazzi si preparano a salire sui loro podii, cappuccio in testa e petto nudo sotto l’eskimo grigio estivo che indossano, compostamente sfilano davanti agli spettatori, che per un po’ diverranno i veri reclusi – una volta serrato il cancello del campetto – separati dagli attori che, viceversa, rimarranno in piedi all’esterno, lungo l’alta rete metallica che circonda il campo da calcio. Chissà se è una trovata teatrale o solo un iter a protezione dei civili arrivati per lo spettacolo: noi preferiamo la prima ipotesi e, chissà mai, che qualcuno dei presenti abbia percepito questa antitetica architettura psicologica.

A turno i ragazzi recitano le loro frasi, i pensieri scritti pensando ai loro padri, alla difficolta della comunicazione tra genitori e figli, oppure all’assenza – spesso più psicologica che fisica – di questa figura chiave nella vita dei figli. Accenti italiani e stranieri, due asiatici, un arabo, un balcanico e un italiano, donano al pubblico piccole parti della loro vita, soprattutto della difficoltà di vivere e apparire visibili nel proprio valore agli occhi dei padri, spesso in difficoltà loro stessi nei confronti della vita, per sè e per i loro figli. Qualcuno, per farsi amare cerca di assomigliare al proprio genitore, bramandolo inutilmente.

Lievi musiche accompagnano le tutte le parole, sospese solo da un pezzo rap, eseguito vocalmente da due tra gli interpreti.

Una serata coinvolgente e toccante dove – nascoste tra le parole – si percepiscono le sofferenze e la rabbia di una vita dura da digerire, oltre che da affrontare.

La Compagnia del Pratello, che ha sede a Bologna, ha maturato una esperienza ormai ventennale nell’ambito del teatro in carcere, organizzando numerosi percorsi di scrittura e di teatro con i minori in custodia, soprattutto nel circuito di giustizia minorile dell’Emilia Romagna, sostenuti nei progetti dalla stessa Regione, ma anche in area fiorentina.

‘Caro padre’ si riallaccia al progetto pluriennale ‘Padri e figli’ che il Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna ha inaugurato nel 2018.

In Italia sono circa 13 mila – tra ragazze e ragazzi – i minori in custodia giudiziaria, ma solo 11 giovani – dato confortante – nel Centro per la Giustizia Minorile di Toscana e l’Umbria.

Lo spettacolo è andato in scena all’Istituto Penale minorile Gian Paolo Meucci di Firenze – Via Orti Oricellari 18

Martedì 28 luglio ore 21.00

Caro Padre

con i ragazzi dell’Istituto Penale per minorenni di Firenze

regia Paolo Billi e Irene Pasini

allestimento scenico Irene Ferrari e Viviana Venga

Realizzazione a cura del Teatro del Pratello di Bologna

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