Beyond borders: 8 ½ Theatre Clips – Come la pandemia ha cambiato le nostre vite in 8 episodi e ½

Foto Anna Dora Dorno (riproduzione riservata)

Intervista a Instabili Vaganti

di Laura Sestini

Con l’esperienza e la restrizione della libertà personale dovuta alla pandemia da Covid-19, superare i confini è divenuto l’imperativo contemporaneo, per non rimanere intrappolati nelle politiche spesso errate a contenimento del virus e anche dei limiti psicologici personali.

Instabili Vaganti, Compagnia teatrale bolognese di Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola, attraverso il linguaggio fisico, proprio del teatro – sostenuto dalla multimedialità – con il progetto Beyond borders – Superare i confini scavalca i limiti spazio-temporali della realtà intrinseca e del contesto attuale, in previsione di un nuovo, futuro, linguaggio teatrale.

Il titolo del nuovo progetto Beyond Borders – Superare i confini – è molto promettente e rimanda a più tematiche vissute in questi ultimi mesi, per esempio il confinamento fisico obbligato a causa della pandemia, ma anche i confini filosofici e ideologici onnipresenti nella vita quotidiana. Cosa intendono Instabili Vaganti con ‘oltre i confini’?

I.V. : Nel contesto teatrale italiano, in particolare, esistono, secondo noi, ancora innumerevoli confini da superare, o forse sarebbe meglio dire barriere da oltrepassare. Innanzi tutto i confini di ‘genere’. Per noi il teatro è l’insieme di una serie di linguaggi che concorrono alla creazione dell’opera. Teatro è anche il processo di lavoro e soprattutto le relazioni che si creano e che si costruiscono. Quindi andare ‘oltre i confini’ significa, per noi, poter trascendere i linguaggi, attraversare codici linguistici diversi, superare le suddivisioni in categorie di pubblico e soprattutto superare i limiti creati da nuovi nazionalismi, diversità e barriere culturali.

Il progetto prevede 8 videoclip e 1/2, che immaginiamo comprendano altrettanti Paesi.

I.V. : Il Progetto è iniziato come una sorta di esperimento di condivisione di idee, esperienze e pratiche artistiche con performer di differenti parti del mondo: India, Corea, Brasile, Pakistan, Usa, Colombia, Messico. Insieme a loro, abbiamo esplorato una nuova modalità di creazione a distanza basata sull’interazione video, e sul montaggio da parte nostra degli elementi performativi girati durante il lockdown in tutti questi Paesi. Poi il progetto si è esteso ad altre collaborazioni, grazie anche al coinvolgimento degli Istituti Italiani di Cultura all’estero, che hanno sostenuto questo importante strumento di collaborazione artistica e di scambio culturale. E così sono nati dei ‘sotto progetti’, con delle tematiche specifiche in grado di farci dialogare con artisti mai incontrati di persona. Da questa estensione è nata la serie  8 ½ Theatre Clips – Come la pandemia ha cambiato le nostre vite in 8 episodi e ½, una collaborazione con la compagnia iraniana Don Quixiotte, prodotta dall’Ambasciata d’Italia a Teheran; la video performance Time, che ci ha visti interagire con la voce dell’attore turco Fatih Genckal e le parole della scrittrice Maria Francesca Stancapiano; e l’opera Sail realizzata in collaborazione con la danzatrice e video artista americana Cecilia Seaward e presentata in anteprima mondiale al Burning man virtual Festival. Al momento ci sono in cantiere altri due importanti progetti: Sie7e, prodotto dall’Istituto Italiano di cultura di Madrid e The new silk road, con il sostegno dell’Istituto Italiano di cultura di Pechino.

Il progetto inizia con l’Iran, proprio da un luogo dove i confini, soprattutto ideologici, sono perseguiti politicamente e teologicamente e i cittadini, ma in particolar modo gli artisti e gli intellettuali, sono oltremodo censurati. Come mai il progetto inizia proprio con degli artisti iraniani?

I.V. : In realtà il progetto è iniziato tra le mura delle nostra abitazione, collaborando con una serie di artisti internazionali con i quali avevamo già collaborato in passato, e solo in seguito ha trovato il sostegno dell’Ambasciata d’Italia a Teheran permettendoci di iniziare questa bellissima collaborazione a distanza con due artisti, Danial Kheirkhah e Ali Shams, che non conoscevamo e che abbiamo cominciato a stimare moltissimo, grazie allo splendido lavoro  che stiamo facendo insieme. L’Iran è un Paese ricco di cultura e tradizioni in cui il ruolo dell’arte è molto importante, soprattutto in questo momento difficile. Ci ha molto ispirati il Manifesto che gli artisti iraniani hanno scritto per sollecitare gli Stati Uniti a non continuare l’embargo in un momento in cui stiamo tutti vivendo le stesse difficoltà dovute alla pandemia. Crediamo che il ruolo dell’arte debba essere proprio quello di sensibilizzare l’opinione pubblica su queste importanti questioni, cercando di superare tutte le possibili barriere ideologiche, religiose e culturali. In questo senso il lavoro che stiamo facendo con la Compagnia Don Quixotte credo sia un grande esempio di collaborazione interculturale che mette in luce l’importanza del teatro e dell’arte in generale, nei processi di cooperazione internazionali capaci  di generare un confronto e, di conseguenza, anche il superamento di alcune problematiche culturali e restrizioni. 

Come avete eluso artisticamente il lockdown dovuto alla pandemia da Covid-19?

I.V. : Il fine del progetto era proprio quello di non lasciarsi sconfiggere dalle regole di distanziamento sociale e dall’isolamento imposto per arginare la pandemia. Come perfomer è sempre stato fondamentale per noi il confronto dal vivo, in presenza, possiamo dire ‘fisico’ sia con il pubblico che con i nostri collaboratori, e nei nostri progetti abbiamo sempre cercato di lavorare in presenza anche con artisti che vivevano in luoghi molto distanti. Nei primi giorni di isolamento ci siamo tuffati nel nostro archivio video e abbiamo editato alcuni materiali che adesso fanno parte della  versione e-book del nostro libro sull’omonimo progetto Stracci della Memoria, edito da Cue Press. Poi pian piano abbiamo pensato di contattare tutte le persone che avevano fatto parte negli anni di questo progetto, per sentire come stavano e per dialogare insieme sul futuro del teatro. Abbiamo creato un forum di discussione, grazie anche all’apporto del filosofo Enrico Piergiacomi, che ci ha guidati in un percorso  importantissimo per la definizione di un nuovo metodo di lavoro. Rafforzando la mente siamo riusciti a oltrepassare quel senso di paura e di  incertezza verso il futuro e a metterci al lavoro con quello che avevamo: i nostri corpi, le nostre case, i nostri pensieri. Come regista (Anna Dora Dorno, n.d.g.) ho scelto i temi delle discussioni, ho dato istruzioni sui materiali che ogni artista poteva creare, spronandoli a fare, filmare per poi inviarci il tutto. Il resto del lavoro è stato quello di montare questi materiali, in relazione a ciò che nello stesso momento potevamo creare io e Nicola, dall’altra parte del mondo. 

Foto Instabili Vaganti – (riproduzione riservata)

Come ha cambiato il lockdown il vostro modo di fare teatro? Un teatro in assenza di pubblico.

I.V. : Secondo noi, non siamo di fronte a un teatro in assenza di pubblico, bensì alla definizione di un nuovo modo di fare teatro, e di un nuovo target di pubblico. Fare teatro con la consapevolezza di usare un media diverso e cioè il video, adattare il proprio linguaggio a questo mezzo senza perdere la sua specificità. Arrivare al pubblico del web, ai fruitori digitali, ci sembra una nuova sfida che, secondo noi, non uccide il teatro ma al contrario potrebbe rinvigorirlo.

Le vostre performance saranno pubblicate online, quindi riprese dal vivo e fruite attraverso videoclip. Il teatro online si può ancora chiamare opera teatrale?

I.V. : Crediamo che il teatro abbia come caratteristica la trans-medialità e che, quindi, possa essere fruito anche attraverso opere create per il web, in video, o attraverso altre modalità. Naturalmente avendo sempre in mente l’unicità dell’esperienza dal vivo e, quindi, avendo sempre come obiettivo finale la performance in presenza. Come per altre discipline esistono generi ormai consolidati, per esempio la video danza o la video arte, io credo che sia importante riscoprire anche il teatro in video, strumento essenziale per la diffusione e trasmissione di spettacoli e progetti ma anche per la creazione di opere pensate appositamente per questo mezzo di espressione. Per esempio, la regia che Grotowski fece dello spettacolo Akropolis non era semplicemente una ripresa in video di uno spettacolo ma un’opera in video, con una regia dedicata, che ha permesso a tutti noi di avere una testimonianza importantissima del lavoro di questo grande maestro.

In Paesi come l’Iran, la censura ingabbia molti gesti degli artisti, per evitare soprattutto la sensualità. Quindi l’attore o il danzatore non potranno mai esprimersi davvero nella loro pienezza poetica. Non pensate che ciò possa frustrare i vostri colleghi performer nei confronti di chi può essere del tutto libero di muoversi, anche all’interno dello stesso progetto Beyond borders?

I.V. : Io credo che ci siano vari tipi di censura e di imposizioni, non solo in Paesi come l’Iran ma anche nella stessa Italia. Chiaramente alcuni aspetti possono essere maggiormente evidenti e manifesti, altri più subdoli e impercettibili. Il vero artista, secondo noi, riesce a esprimersi pienamente anche all’interno di confini prestabiliti  rendendo poetico perfino un gesto quotidiano. Non crediamo che i nostri colleghi sentano questa frustrazione all’interno del progetto perché abbiamo tutti le stesse regole da affrontare, gli stessi limiti da superare, nel rispetto delle nostre rispettive culture e tradizioni.

Quale altro confine pensate sia necessario superare in futuro, non solo in campo artistico, ma anche dal punto di vista umano?

I.V. : Vorremmo chiudere questa intervista con alcune parole tratte dall’Appello degli artisti iraniani agli Usa. Parole che fanno parte della drammaturgia del nostro nuovo lavoro, Lockdown memory, una docu-performance o, potremmo dire, una sorta di conferenza performativa nata per presentare dal vivo il processo di creazione intrapreso nel progetto Beyond Borders, con l’augurio che si possa superare questo difficile momento, con una nuova consapevolezza dell’importanza della libertà di movimento e di scambio tra culture.

“Tutti noi, cittadini di qualunque Paese e di ogni nazionalità, siamo anche cittadini di un territorio senza confini e bandiere chiamato ‘Arte’, in un mondo chiamato ‘Cultura’, e nessun potere potrà mai privarci di questa cittadinanza. In questo territorio comune e da sogno, asiatici o europei, americani o africani, possediamo tutti il dono della comprensione culturale e della comunicazione, il talento per influenzare l’opinione pubblica, la capacità di analisi e l’opportunità di modificare le condizioni della società umana. Tutti noi, con le nostre opere, con i nostri gusti artistici, con le particolarità e le unicità delle nostre culture abbiamo immaginato e raccontato la fede e la miscredenza, l’amore e l’odio, la pace e la guerra, il sapere e l’ignoranza, la bontà e la cattiveria, la dannazione, la salvezza e il riscatto, e attraverso queste opere abbiamo imparato a conoscere e fatto conoscere un mondo condiviso molto più grande dei Paesi in cui viviamo. Più i potenti e le loro politiche, mossi dall’odio e dall’intolleranza, hanno cercato di dividerci e di opprimerci, più noi siamo diventati uniti e forti e coraggiosi, più determinati e incisivi nel trasmettere i nostri comuni messaggi umanitari. In questo momento tutti noi, indifferentemente dalle posizioni geografiche e politiche, stiamo affrontando un comune nemico mortale che non importa da dove arriva, ma importa che s’introduce ovunque, in libertà e in fretta, e che di fronte a questo minuscolo nemico siamo fragili e vulnerabili nella stessa misura, e non possiamo salvarci senza salvare l’altro”.

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