Aziende essenziali per chi?

Hanoi, il futuro del nostro artigianato? Foto di Simona Maria Frigerio

Cosa rischia l’Italia con lo stop al Made in Italy

di Simona Maria Frigerio

Se si supera la retorica che la moda e i beni di lusso non sono indispensabili perché in sé, come prodotti, appaiono superflui. Chi potrebbe negare, a livello etico, che nessuno abbisogna di un anello di diamanti ma tutti hanno necessità di un paio di scarpe? Non si può sottacere che le aziende del settore generano ricchezza per il Paese e forniscono una retribuzione utile al sostentamento di migliaia di lavoratori e di un indotto difficilmente quantificabile.

L’idea della loro presunta non essenzialità potrebbe essere imparentata con il medesimo giudizio fuorviante, espresso sempre dalla politica, in merito alla cultura, al teatro e persino alla ristorazione. Se si affronta, al contrario, la questione esclusivamente dal punto di vista dei lavoratori, ci si domanda quali ragioni abbiano mosso il Premier Conte a dare il via libera ad alcune aziende, definite essenziali a prescindere, invece di attenersi a una norma basilare quale la sicurezza. Il che, tradotto, significherebbe che dovrebbero operare solamente le aziende – di qualsiasi natura e a qualsiasi livello – che possono dirsi sicure sia per i lavoratori sia, nel caso, per gli utenti.

Distanziamento e lavarsi spesso le mani: le misure, facili da attuare ed efficaci, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità continua a raccomandare per non essere contagiati (e non contagiare), sono spesso dimenticate; mentre vediamo la gente andare in giro con mascherine che toccano con le mani, posizionano sulla fronte o appendono al collo, usano per ore consecutive e infine maneggiano anche con guanti sporchi, infilati a inizio turno o addirittura all’uscita da casa. Eppure non sarebbe difficile applicare le succitate misure appropriatamente e prevedere la riapertura non solamente delle aziende ma anche delle scuole, dei musei come dei ristoranti, se solo si credesse nel senso di responsabilità dei cittadini e i politici evitassero la retorica e si concentrassero sulle priorità.

Nel frattempo, però, la nostra economia sta rallentando pericolosamente e, mentre il resto d’Europa è quasi pronto per la Fase 2 (che comprende, tra l’altro, proprio la riapertura delle scuole, viste come basilari per l’eguaglianza sociale, ad esempio in Francia), noi si tentenna ancora con librerie sì/librerie no – quasi che gli italiani fossero un esercito di lettori pronti a dare l’assalto ai succitati locali e a svuotarli per sete di sapere (stesso discorso per musei e cinema che, a parte gli orari di punta, languono vuoti o quasi).

Ma c’è un settore che negli ultimi anni è stato tra i più trainanti dell’economia e, soprattutto, dell’export italiano, ossia la moda e i beni di lusso (oreficeria, pelletteria e calzature, occhiali, etc.), lo stesso pare lontano dalle considerazioni dell’establishment politico tanto è vero che, nel momento in cui si dà il via libero alla vendita di abiti per bambini e neonati, si continua a vietarla per gli adulti (come se un paio di mutande fosse necessario solo al dodicenne e non alla di lui madre o padre). E senza considerare che, se si riapre il commercio al dettaglio, bisognerebbe riattivare anche le aziende produttrici dei capi in vendita (ma non sembra che sia la logica a dominare nella mente dei nostri governanti).

Ma entriamo con entrambi i piedi nel piatto, come è consuetudine di questo online, e analizziamo i dati relativi al comparto moda – il cui fatturato, nel 2018, ammontava a oltre 70 miliardi (con la previsione di toccare quota 80 a fine del 2021), sebbene il 72,2% dello stesso fosse realizzato oltre confine – e, visti i tentennamenti della politica, c’è da augurarsi che le aziende non decidano di spostare ulteriormente i propri settori produttivi fuori dall’Italia. Il peso del sistema moda italiano sul Pil era pari all’1,2%. La gioielleria, in particolare, aveva registrato tra il 2014 e il 2018 un +10,9%, mentre pelletteria e calzature un +6,2%. La forza lavoro impiegata, sempre nel 2018, era di 366 mila unità e si registrava, rispetto a 5 anni prima, un aumento degli occupati del 32,7% solo nella gioielleria. E a tali dati andrebbero aggiunti quelli del settore tessile che, nella città di Prato, trova tutt’oggi uno tra i centri più importanti al mondo e il primo in Europa.

Non sarà un caso, quindi, che Confindustria stia chiedendo di riaprire velocemente il comparto. La stagionalità e, quindi, l’imperativo di produrre in un dato periodo dell’anno, è tra le considerazioni che vanno tenute in conto, così come l’agguerrita concorrenza straniera e gli allettamenti dell’estero sui nostri imprenditori che, già adesso, producono in gran parte al di fuori del nostro Paese – anche grazie alla confusione che può ingenerare il termine Made in Italy, dato che ottiene tale titolo qualsiasi prodotto abbia subito l’ultima trasformazione in Italia; o il generico Italian Style, che ormai campeggia sulle etichette di molto Made in PRC.

Per concludere cerchiamo di capire quanto incidono i vari settori sul Pil. Secondo Konrad-Adenauer-Stiftung, il 12% del Pil è appannaggio del turismo – anche grazie ai siti, inclusi nella lista dei patrimoni dell’umanità Unesco. Mentre il 29% del reddito nazionale è tuttora generato dal settore industriale – con il metalmeccanico, il tessile-abbigliamento, il design industriale e l’agro-alimentare in testa. L’export, in particolare, con un aumento del 16,9% tra il 2008 e il 2018, è tra i principali fattori trainanti della nostra economia e il saldo positivo tra importazioni (in un Paese con poche fonti energetiche, o che non ha ancora sviluppato adeguatamente quelle rinnovabili, come il nostro) ed esportazioni, nel 2018, era pari a 44 miliardi, ossia al 2,2% del Pil (e abbiamo già visto quale sia il peso del solo comparto moda su tale risultato).

In regioni come la Toscana, dove turismo, cultura e moda sono di capitale importanza e sono tutti e tre azzerati, i prossimi giorni segneranno uno spartiacque dal quale sarà difficile riemergere. Se le scelte non terranno conto dei due fattori congiuntamente – economia e sicurezza – il risultato non è al momento prevedibile, sia a livello locale che nazionale.


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