Arte del video o videoarte?

Da sinistra a destra, Davide Giannoni, Lino Strangis, Anna Maria Monteverdi e Francesca Pasquinucci. Foto di Simona Maria Frigerio

Anna Maria Monteverdi presenta il suo nuovo libro, Leggere uno spettacolo multimediale

di Luciano Uggè e Simona Maria Frigerio

Lucca, 4 ottobre, Palazzo delle Esposizioni. Nelle giornate del Lucca Film Festival-Europa Cinema e di Over The Real-Festival Internazionale di Videoarte, tra i diversi incontri proposti, quello con la docente e critica teatrale, Anna Maria Monteverdi. Accanto a lei, Lino Strangis – artista multimediale – e i fondatori di Imaginarium Creative Studio.

Il primo punto trattato dai relatori è stato l’importanza di trasformare la tecnologia in un linguaggio originale che, nella sua capacità di raccontare una storia, ovvero di dispiegare un discorso drammaturgico complesso, si fa medium artistico a tutti gli effetti. Le tecnologie interessate a questa evoluzione (i cui step sono analizzati nel libro di Monteverdi per restituire la cronologia di una storia recente eppure ricca e sfaccettata) sono molteplici – dal videomapping al live face mapping – ma ciò che conta, come hanno sottolineato da subito Monteverdi e Strangis, è “reinventare il medium”, per allontanarlo sia dalle modalità del videogame sia da un tecnicismo effettistico in stile 3D cinematografico (troppo spesso soverchiante rispetto alla poetica e al linguaggio complessivo del lavoro artistico).

Per affrontare il discorso della multimedialità nel settore musicale, sono intervenuti anche Francesca Pasquinucci e Davide Giannoni, i Deus-ex-machina di Imaginarium Creative Studio. Un’eccellenza italiana del settore che, recentemente, ha ideato le illustrazioni (dal triplo vinile al videoclip) di Alchemaya, l’opera ‘sinfonica’ di Max Gazzè – eseguita dalla Bohemian Symphony Orchestra di Praga, diretta dal Maestro Clemente Ferrari. Una realtà che parte, e questa è la sua specificità, dal disegno (di Pasquinucci) e, quindi, da una artigianalità artistica – o un’arte artigianale – che ne qualifica il segno e il senso. «Una tecnologia che ci racconta», quindi, come specifica Pasquinucci; o, come sottolinea Monteverdi, uno degli strumenti che deve essere inserito nello spettacolo, con parsimonia e lungimiranza, dal regista.

Tra gli esempi di videomapping scenografico e regia consapevole, nel mondo della lirica, torna uno tra i nomi più importanti del panorama teatrale contemporaneo, ossia Robert Lepage e la sfida della tetralogia wagneriana per il Metropolitan di New York. In questi quattro capolavori, Strangis nota l’importanza del dialogo tra tecnologie e cantanti lirici – e l’evoluzione della loro professionalità in senso più attorale (come Callas/Visconti avevano preconizzato quel 28 maggio del ‘55 quando debuttò la loro Traviata). E, a proposito, viene in mente anche un’altra esperienza altrettanto convincente, in quanto segno e significato coincidono, ossia Die Zauberflöte (Il Flauto Magico) che andò in scena al Teatro alla Scala di Milano, con i pregnanti rimandi delle proiezioni video-animate ideate da William Kentridge alla magia delle lanterne magiche o dei simboli esoterici massonici.

Tra le domande e le considerazioni del pubblico anche un’avvertenza, ossia che la videoarte sta diventando fredda, sempre meno in grado di esprimere autoironia e, sebbene tecnicamente in miglioramento costante, in certo senso sempre più autoreferenziale.

Un incontro ricco di idee e contenuti che chiude una doppia manifestazione forse ancora poco conosciuta, sia a Lucca sia nel territorio toscano, e che meriterebbe maggiore attenzione da parte dei media e del pubblico.

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